La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 10 gennaio 2017

La scuola capovolta

di Andrea Balzola
Che la scuola debba essere non solo più “buona”, non solo migliore, ma radicalmente diversa da quella attuale, alla luce degli enormi cambiamenti, nel bene e nel male, realizzati nelle società cosidette avanzate dall'ultimo scorcio del Novecento a oggi, non è una novità. La rivoluzione tecnologica informatica, la precarizzazione e la mobilità del lavoro, la globalizzazione e l’evoluzione degli studi in ambito cognitivo hanno definitivamente messo in crisi i modelli educativi che dominano la pubblica (e anche privata) istruzione, dalla scuola materna e primaria fino e oltre l’università.
Eppure l’insieme del bradipesco pachiderma burocratico dei ministeri, dei legislatori, della maggioranza dei direttori didattici, di un’ampia parte del corpo insegnante nonché degli adulti genitori, coadiuvati e confortati dalla disattenzione dei media, sembra non averlo percepito. Se ne sono invece accorte, eccome, le nuove generazioni, quelle dei “nativi digitali”, che subiscono in gran quantità ore di trasfusione standard di saperi, una mole soffocante di compiti a casa, un sollevamento pesi quotidiano di libri scolastici cartacei per lo più obsoleti nella forma e nel contenuto, uno stress emotivo dovuto alla competitività e alle difficoltà relazionali che spesso sfociano nel bullismo, un’anacronistica inadeguatezza tecnologica degli strumenti e degli ambienti educativi.
Molto spesso l’esperienza scolastica, invece di incentivare quell’istinto naturale all’apprendimento che è stato confermato dalle più recenti ricerche, invece di valorizzare le potenzialità soggettive e le facoltà creative guidando una crescita integrata che unisca coscienza mentale, emotiva e corporea, spegne le motivazioni formative conformandole a un unico modello astratto e razionale di “rendimento” e di “valutazione”, da testare con discutibilissimi “invalsi” (da più parti è stato segnalato come i test invalsi siano funzionali più a interessi economici che educativi, secondo un modello di valutazione che premia esclusivamente il pensiero razionale-analitico a scapito di tutte le altre abilità).
Se però si va a spulciare la produzione editoriale e multimediale di questi ultimi anni nel settore educativo, tanto in ambito internazionale quanto a livello nazionale, ci si sorprende per la quantità e la qualità dei contributi innovativi che molti autori di differenti discipline hanno offerto al dibattito sulla realtà e sulle prospettive del mondo dell'istruzione. Diventa quindi ancor più inquietante ed esasperante la sordità del sistema scuola, con virtuose e coraggiose eccezioni che cercano di aggiornarsi e agire dall’interno, tra mille ostacoli burocratici, politici e culturali. Un’analisi critica radicale dei modelli didattici in atto accomuna con sfumature e approcci diversi tutti gli autori di questa new wave: dai filosofi della levatura di Edgar Morin, che ha dedicato l’ultima parte della sua produzione proprio al tema del cambiamento dei paradigmi educativi (Imparare a vivere. Manifesto per cambiare l'educazione, Raffaello Cortina 2014), o di Michel Serres (Non è un mondo per vecchi. Perché i giovani rivoluzionano il sapere, Bollati Boringhieri 2014), agli esperti dell’educazione come Ken Robinson, teorico del “pensiero divergente” (Creative School. Revolutionizing Education from the Ground Up, Penguin Books 2015, purtroppo non ancora tradotto in italiano; da vedere anche i suoi video su Youtube e il canale Learning World), o Salman Khan, che ha costruito da zero la più grande rete e-learning internazionale di videolezioni interattive gratuite, la Khan Academy (La scuola in Rete. Reinventare l'istruzione nella società globale, Corbaccio 2013), psicologi come Peter Gray (Lasciateli giocare, Einaudi 2015) e Howard Gardner, teorico delle “intelligenze multiple” (Generazione App. La testa dei giovani e il nuovo mondo digitale, Feltrinelli 2014), o psicanalisti come Massimo Recalcati (L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento, Einaudi 2014), che ha insistito su un recupero maieutico della figura del docente.
Freschi di stampa sono i volumi di Giacomo Stella, educatore esperto di problemi di apprendimento: Tutta un’altra scuola, Giunti 2016, e di Stefano Cianciotta e Pietro Paganini, Allenarsi per il futuro, Rubbettino 2016. Mentre nel primo libro si analizzano le gravi mancanze della scuola attuale e si spiega come la didattica non debba limitarsi a “imprimere nella mente” ma debba creare spazi di ricerca e di elaborazione attiva, integrando tutte le forme di disabilità, il secondo volume rivela come il mondo del lavoro contemporaneo richieda una formazione molto diversa dall'offerta attuale. Scrivono gli autori: “A nostro giudizio in questi ultimi 30 anni si è abbandonato quell’equilibrio tra preparazione umanistica e competenza scientifica che di fatto aiutava il sistema italiano ad emergere. E alla fine tutto il sistema della formazione ha fatto dei passi indietro molto evidenti. Una volta aiutava a elaborare un giudizio critico, ora non più. [...] Oggi, 2016, il sistema della formazione in Italia si basa in prevalenza ancora su nozioni, che i giovani però recuperano su Youtube. Continuare a fare così significa creare le condizioni per cui il ragazzo torni dalla scuola molto svogliato”. Il libro tocca anche un altro tema importante, quello della formazione continua, ormai necessaria in una società complessa e in continua trasformazione. La sfida non è solo riformare, ma trasformare il sistema educativo approfittando delle attuali risorse creative e tecnologiche (vedi Giuseppe Riva, Nativi digitali. Crescere e apprendere nel mondo dei nuovi media, il Mulino 2015). In particolare uno dei metodi alternativi che ha suscitato più interesse e più applicazioni concrete è quello della flipped classroom, la “classe capovolta”, nato negli Stati Uniti nel 2010 e formalizzato dagli autori Jonathan Bergmann e Aaron Sams in una pubblicazione del 2012, Flip your classroom, che ha avuto una diffusione mondiale (in Italia la traduzione è uscita nel 2016 da Giunti).
L’idea di base è quella di rovesciare lo schema classico della lezione frontale in aula e dei compiti a casa, indirizzando gli studenti a seguire durante il tempo extrascolastico video-lezioni, podcast o altri strumenti e-learning che il professore fornisce loro, e poi fare esercitazioni e approfondimenti collaborativi in classe seguiti dal docente, che in questo modo può verificare e personalizzare allievo per allievo livello e modalità di apprendimento. In Italia, a partire dal 2014, sono stati pubblicati numerosi volumi che riprendono, commentano e divulgano questo metodo, il primo volume di questo filone, intitolato La classe capovolta. Innovare la didattica con il Flipped Classroom, pubblicato da Erickson, è stato scritto dagli insegnanti Maurizio Maglioni e Fabrizio Biscaro, ed è il risultato diretto di sperimentazioni realizzate a scuola, rilanciate in Rete tramite blog e social network. Sulla stessa linea sono i volumi usciti quest’anno di Leonarda Longo, Insegnare con la flipped classroom. Stili di apprendimento e «classe capovolta», La Scuola 2016, e Graziano Cecchinato, Romina Papa, Flipped classroom. Un nuovo modo di insegnare e apprendere,Utet 2016. Tullio De Mauro, uno degli illustri sostenitori di questo metodo, ha notato al proposito: “uno strumento nuovo e potente per facilitare l’interazione e l’insegnamento personalizzato, evitando grandi perdite di tempo [...] consente di abbattere i totem dell'istruzione, dei veri feticci: il prof in cattedra per la lezione frontale, a raccontare cose che lui o altri hanno scritto in un libro con più esattezza; la verifica orale, in cui uno o due rispondono alle domande e gli altri fanno quello che vogliono; e il manuale, una statua sacra”.
La figura del docente si trasforma, non è più l’unico conduttore – spesso più autoritario che autorevole – di un percorso omologante che segue pedissequamente il programma ministeriale e il testo scolastico, ma diventa la guida di una ricerca impostata in modo laboratoriale, con strumenti tecnologici (pc, tablet, smartphone, lim) e metodologici innovativi, con uno spirito di collaborazione piuttosto che di competizione tra gli allievi, operando come un regista e mentore sulle motivazioni e sulle potenzialità di ciascuno, piuttosto che facendo leva sulla paura dell’errore, del giudizio e sull’ansia di prestazione. Una modalità su cui si concentra il volume di David W. Johnson, Roger T. Johnson ed Edythe J. Holubec, Apprendimento cooperativo in classe. Migliorare il clima emotivo e il rendimento, Erickson 2015. La valutazione e il merito non sono aboliti, ma fanno parte di un processo di responsabilizzazione e di consapevolezza, piuttosto che di un’imposizione arbitraria. Lo scopo fondamentale di un'educazione democratica e non burocratica dovrebbe infatti essere la formazione di invidui capaci di un’autonomia di pensiero, eticamente responsabili e collaborativi nella relazione con gli altri e con l’ambiente, consapevoli e fiduciosi delle proprie risorse, con una mentalità il più possibile aperta e creativa (creatività intesa non solo in una prospettiva artistica o espressiva, ma come capacità di dare molteplici e originali risposte ai problemi). Concetti basilari che non sono neanch’essi nuovi nella storia della pedagogia, già promossi e riproposti nel corso del Novecento, in contesti e con orientamenti diversi, da pionieri come Dewey, Montessori, Steiner, Freinet, Makiguchi, Neill e altri, ma ignorati o marginalizzati dalle isituzioni formative.

Fonte: Alfabeta2.it 

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