La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 7 gennaio 2017

La ricchezza, la deflazione, la bussola

di Alessandro Gilioli
Per molti anni, in passato, il dibattito economico tra sinistra e destra è stato sulla "creazione" versus la "distribuzione" delle ricchezze. A destra, come noto, si sosteneva che distribuire troppo la ricchezza prodotta mortificava la creazione della stessa; in altre parole, che le ricette di sinistra finivano per redistribuire solo povertà. Io non credo, come alcuni, che questa teoria sia stata una creazione a tavolino dei "ricchi" per avere l'alibi di non ridistribuire: anzi, in passato è stata vera, è successo così. Bisogna dirlo in onestà intellettuale. Il cosiddetto socialismo reale è fallito (anche) per questo.
Adesso forse - dopo trent'anni in cui ha avuto l'egemonia culturale e politica- la destra economica dovrebbe interrogarsi sul contrario, tuttavia. Specie in Italia e in tempi di deflazione.
Dovrebbe interrogarsi cioè sull'ipotesi - che a me sembra molto suffragata dai dati di realtà - che l'eccesso di concentrazione della ricchezza a sua volta soffochi la produzione della stessa.
Ad esempio, deprimendo i consumi.
Ma anche provocando quella parcellizzazione sociale (il tutti contro tutti tra categorie e tra fasce che stanno in basso) che è il contrario della coesione sociale; e che a sua volta provoca sfiducia e scarsa progettazione del futuro, cioè le condizioni ideali per una spirale di recessione.
Forse ci si potrebbe anche utilmente chiedere, da quelle parti, se la "flessibilizzazione" a lungo evocata (ad esempio, la licenziabilità e il precariato estremo) alla fine ha effetti più negativi che positivi: perché chi non ha un minimo di certezza del reddito non consuma, non fa girare la macchina dell'economia. Quindi l'imprenditore, tutto contento perché può assumere e licenziare a piacimento anche solo per un'ora, poi si scopre un po' meno contento perché nessuno compra più nulla.
Negli ultimi trent'anni la sinistra ha fatto profonda e spesso fondata autocritica sugli errori dei suoi dogmi economici; un'autocritica che ha talvolta portato la sinistra stessa a sposare incondizionatamente e acriticamente la visione opposta. Il governo Renzi, in questo, è stato emblematico - anche se non certo l'unico né il primo: ha scommesso cioè tutto sugli imprenditori, ha dato loro miliardi di euro in incentivi e mani libere nel mercato del lavoro, ha applicato in modo quasi religioso le teorie classiche della destra economica sperando che producessero una ripresa dellla dinamica produzione-consumi. Risultato, siamo in deflazione: non credo che sia troppo aggressivo dire che quella scommessa è clamorosamente fallita.
A proposito: non è ancora alle viste alcuna autocritica della destra economica né di chi, pur provenendo da altra storia, i dettami di quella destra ha sposato: benché questi abbiano portato non solo alla crisi iniziata nel 2008 ma anche al disastro sociale-civile contemporaneo, ai Trump e alle Le Pen, alla cieca rivolta dei ceti medi impoveriti e senza bussola.
Eppure, forse, oggi - con i dati di realtà inoppugnabili sulla enorme concentrazione di ricchezze che è avvenuta negli ultimi trent'anni e sulla situazione drammatica in cui troviamo, anche in termini di stabilità e prospettive comuni - si potrebbe avanzare l'ipotesi che redistribuire un po' sia utile non solo a chi se ne avvantaggia direttamente, ma a tutto il sistema economico.
E sì, credo che sia questo il principale dibattito da fare nel 2017, in Europa e in Italia.

Fonte: L'Espresso - blog Piovono Rane

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