La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 13 gennaio 2017

La povertà delle Università

di Andrea Torti, Alessandro Arienzo e Giuseppe Montalbano
Il 29 dicembre 2016 il Miur, con la pubblicazione della quota premiale del Fondo di finanziamento ordinario degli atenei, ha completato la distribuzione delle risorse al sistema universitario, non senza novità. Da un lato il ministero ha sicuramente proseguito la propria politica, lasciando sostanzialmente invariati i fondi dopo gli 800 milioni di tagli dal 2008, incrementando il peso della quota premiale, che per il 2016 passa dal 20% al 22%, ed aumentando dal -2 al -2,25% le perdite massime che possono subire gli atenei.
Dall’altro lato, però, il risultato della distribuzione della quota premiale contiene delle novità: la quota premiale registra forti cali per atenei ampiamente premiati negli anni precedenti, mentre aumenta in modo netto per alcuni Atenei in passato penalizzati.
Tutto questo avviene non per un cambiamento della qualità di didattica e di ricerca degli atenei, ma per un semplice cambiamento delle scale utilizzate per pesare i risultati della nuova Valutazione della qualità della ricerca (Vqr 2011-2014), e per effetto delle clausole di salvaguardia, che ha portato a dei risultati maggiormente concentrati attorno al valore medio.
La distribuzione delle risorse 
Ciò nonostante il risultato complessivo della distribuzione delle risorse è abbastanza in linea con il passato, e tutti i grandi atenei meridionali ad eccezione delle università campane continuano ad arrancare: Messina, medaglia d’argento in quota premiale è l’ultimo ateneo nella “classifica generale” e perde l’1,13% delle risorse. Stesso fenomeno è osservabile per Lecce (-0,75%), Palermo (-1,00%), Catania (-1,04%), Bari (-1,06%), Cagliari (-0,88%), Calabria (-0,70%). 
La quota premiale registra quindi un forte calo per gran parte degli atenei del nord, comprese le “eccellenze” lombarde, ma gli atenei restano, nel complesso, meglio finanziati di quelli di altre aree del territorio.
La domanda 
Com’è possibile che gli atenei pur aumentando la quota premiale ricevuta non guadagnino fondi?
Il costante calo di finanziamenti in tanti atenei del sud, proseguito anche quest’anno nonostante la differente distribuzione della quota premiale, è il prodotto dell’università post-Gelmini. Poiché i parametri ministeriali non tengono adeguatamente conto della terza missione né del trasferimento tecnologico, l’università pubblica è sempre meno legata al territorio. La ricerca, poi, è sempre più costretta dai parametri Anvur e la didattica ha sempre più spesso il solo obiettivo di essere attrattiva per gli studenti, anziché essere realmente formativa, critica, plurale.
Le riforme degli ultimi anni hanno messo in competizione gli atenei per poter accedere ai finanziamenti pubblici su criteri legati non alla qualità della didattica erogata, ma al numero di studenti in corso che ogni università riesce ad accaparrarsi nel grande mercato dei diplomati. Ecco allora dove si annida la risposta: continuano a perdere finanziamenti tutti quegli atenei che hanno visto crollare i propri iscritti negli ultimi anni, anche quando la quota premiale cresce. Ciò è causato dal peso sempre maggiore dato al costo standard per studente nella suddivisione della quota storica dell’Ffo (arrivato al 28% della quota base), dal sistema competitivo tra atenei messo in atto dalla riforma Gelmini e implementato da tutti i governi successivi e dalla ripartizione tra atenei di un fondo progressivamente ridotto, suddiviso a prescindere dalle reali esigenze di ogni singolo ateneo. 
Distribuire le risorse tramite classifiche di atenei che vivono contesti territoriali così diversi ha fatto perdere progressivamente all’università l’importantissima funzione sociale di sostegno alla crescita e lo sviluppo di tutto il territorio nazionale, rendendola mera cartina di tornasole delle disuguaglianze esistenti tra centri e periferie e soprattutto tra nord e sud del Paese. Da elemento di trasformazione dell’esistente l’accademia diventa così uno strumento escludente, che legittima e rafforza le disuguaglianze perché strutturalmente definanziato, competitivo, sempre più inaccessibile, spesso subordinato alle esigenze di un mercato del lavoro precarizzato e che richiede generalmente basse competenze.
Gli strumenti per invertire la rotta 
Ma questa discesa libera è arrestabile, e gli strumenti per invertire la rotta sono chiari: aumentare il finanziamento dell’università italiana e ripensarne radicalmente la distribuzione, con il fine di aumentare il livello medio di tutto il sistema; garantire a tutti il diritto allo studio approvando “All In”, la legge di iniziativa popolare depositata in parlamento corredata da più di 57.000 firme, in cui si prevede l’aumento delle borse, l’estensione dei servizi mensa e alloggi e l’esenzione dalle tasse per gli studenti con Isee inferiore a 28.000; investire sul dottorato di ricerca, a partire dall’abolizione della tassazione per tutti i dottorandi e dall’adeguamento della borsa al minimale contributivo Inps; sbloccare il turn-over; innalzare i tassi di reclutamento e riformare il pre-ruolo, così da semplificare le figure contrattuali e aumentare le tutele, a cominciare dagli assegnisti di ricerca; ripensare i meccanismi e le finalità della valutazione della ricerca scientifica per arrestare i conseguenti processi di desertificazione territoriale, di riduzione dell’accesso al sistema universitario e di impoverimento dell’offerta formativa.
L’appello 
Serve insomma una nuova università, con più finanziamenti, più assunzioni, un vero diritto allo studio in tutte le regioni, piena libertà di didattica e di ricerca e che abbia un rapporto intelligente con il mondo del lavoro, che si basi sul mutuo scambio e non sulla sudditanza delle università agli interessi del mercato. Abbiamo bisogno di una nuova università, per cambiare il Paese e non dover cambiare Paese!

Fonte: Il Sole 24 0re 

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