La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 4 gennaio 2017

La commessa sull’orlo di una crisi di nervi

di Francesco Iacovone 
Sono le 19.55 di venerdì scorso e siamo in supermercato di Roma, in periferia, aperto fino alle 20.00. Una cliente dell’ultimo minuto si infila furtivamente tra le corsie. «Eh no!— esplode una commessa — Adesso basta, è ora di abbassare la serranda». E ancora, rivolta ai colleghi: «Non so voi, ma a casa mi aspettano i miei figli per andare mangiare e a dormire. Non posso restare oltre l’orario di lavoro. Neanche un minuto in più». C’ero anch’io in quel supermercato. La rabbia di quella commessa mi ha fatto riflettere, a lungo. Per le donne con orari di lavoro normali che vanno oltre le 17.00, fare la spesa la sera o di domenica sembra la via d’uscita. Ma il vantaggio di alcune è pagato a caro prezzo da altre.
In questo caso pagano le commesse della grande distribuzione che con la massiccia dose di liberalizzazioni ora si trovano a lavorare fino alle 22.00, le 23..00, a volte tutta la notte. E anche di domenica e di festa. Insomma, per ogni donna che migliora la propria gestione dei tempi di vita con il lavoro (e quindi vive meglio, con un po’ di tempo in più per sé) ce n’è una che la peggiora e di molto.
In fin dei conti, le donne non si si sono emancipate delegando un po’ dei loro compiti ai compagni (come avrebbe dovuto essere), ma semplicemente “scaricando” il lavoro di cura all’esterno della famiglia. Ora l’analisi potrebbe essere portata alle estreme conseguenze, fino a tirare in ballo le commesse del supermercato. E domani anche le addette allo sportello della posta o le maestre d’asilo aperti con orari sempre più lunghi. Tutte le donne impiegate nei servizi che fanno funzionare le nostre città, per intenderci.
Ma quale è la differenza tra una commercialista che esce dal suo studio alle otto-nove di sera e un’infermiera o una commessa? Per tutte gli orari di lavoro stanno diventando estremamente elastici e distribuiti su tutta la giornata. La differenza sostanziale sta nel salario. Una commessa a tempo pieno porta a casa 1.100 euro al mese quando va bene. Ma troppo spesso le commesse e le cassiere hanno dei part time imposti a 6-700 euro al mese. Per queste lavoratrici farsi aiutare da una baby sitter significa dire addio a quasi tutta la paga.
Prima di queste maledette liberalizzazioni volute dal governo Monti, la domenica lavorata valeva molto di più rispetto ad un giorno normale, mentre oggi non solo commesse e commessi difficilmente possono tirarsi indietro, ma anche la remunerazione del lavoro festivo si è assottigliata e di molto. Alcune aziende, come Carrefour, hanno disdettato il contratto integrativo aziendale anche per questo motivo. E si è cominciato a lavorare anche di notte, per pochi euro l’ora.
Insomma, l’ultima iniezione di concorrenza nella grande distribuzione, tutta improntata su orari prolungati e domeniche/festivi con le saracinesche alzate, non porta maggior profitto nelle casse delle aziende del commercio, se non altro perché la gente non ha soldi da spendere. Porta soltanto il monopolio delle multinazionali. Le varie aziende stanno combattendo una guerra in cui in palio c’è la sopravvivenza di ciascuno. E a pagarne il prezzo sono le donne e gli uomini che nel commercio ci lavorano.
È iniziato il nuovo anno, facciamolo divenire tutti assieme l’anno del riscatto dei commessi della GDO.

Articolo pubblicato su francescoiacovone.com
Fonte: Contropiano.org 

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