La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 2 gennaio 2017

Illegittimità del debito pubblico e riappropriazione del prodotto sociale

di Sergio Cimino
Un avvenimento rilevante nella storia politica recente, attinente la comprensione delle dinamiche sottese al debito pubblico è rappresentato dalla fondazione, nel 1990, del CADTM, il Comitato per l'Annullamento del Debito del Terzo Mondo. Nel recepire i principi di solidarietà tra i popoli, enunciati l'anno prima nell'Appello di Bastiglia, il CADTM si prefigge come scopo la cancellazione immediata e incondizionata del debito dei Paesi in via di sviluppo. Nel corso del tempo, pur mantenendo lo stesso acronimo, la rete che riunisce oggi più di trenta organizzazioni in oltre 25 Paesi, ha modificato il suo nome in Comitato per l'Annullamento del Debito Illegittimo, ampliando, significativamente, la sua azione, anche ai cosiddetti Paesi avanzati. Dunque, il perno teorico su cui si basa l'attività del CADTM è costituito dal concetto di debito illegittimo.
Come spiega efficacemente Jérôme Duval, il debito illegittimo “non è una nozione tecnico giuridica, ma un concetto politico. Un debito illegittimo consiste in un debito che si oppone agli interessi della popolazione e che questa dunque non ha l’obbligo di rimborsare” [1]. Il riconoscimento di un contenuto politico del concetto, che si presenta come il miglior viatico per strutturare azioni collettive che vadano a recidere alla radice lo strumento di dominio rappresentato dal debito pubblico, subisce successivamente degli sbandamenti teorici che lo depotenziano politicamente.
Se infatti la dimensione del debito illegittimo è politica non si capisce perché esso debba configurare un “debito che il debitore non può essere costretto a rimborsare, in quanto tale prestito, titoli, garanzie o termini e condizioni per il prestito sono contrari al diritto (nazionale e internazionale) o all’interesse pubblico o perché questi termini sono chiaramente ingiusti, eccessivi, offensivi o discutibili in qualsiasi modo” [1]. Affermazione che riporta il concetto in un alveo giuridico o suscettibile di una sua precisa definizione solo affidandosi ad un contesto regolato da generici principi di equità.
Nonostante alcune incongruenze, tuttavia, l'elaborazione scaturita dalla pluridecennale esperienza del CADTM, rappresenta un irrinunciabile patrimonio di pratiche politiche che possono rivelarsi strumenti essenziali per addivenire a quella storicizzazione del debito pubblico di cui abbiamo parlato nella prima parte di questo articolo. È quanto accade con l'uso dell'audit civico del debito pubblico. Attraverso di esso, si cerca di denudare la geografia del potere che si nasconde dietro la composizione del debito, rendendo visibile la rete di interessi privati che sfruttano il debito ai propri fini. Finalità di questo disvelamento è la riappropriazione collettiva di quanto viene estorto dalla classe dominante.
Anche in questo ambito metodologico, le tare di una non completa linearità teorico–politica manifestano la loro debolezza. È possibile così riscontrare nella Carta di Genova, il documento politico approvato quest'anno dal CADTM e da altre associazioni, comprese quelle di matrice cattolica, il proposito di istituire una Commissione popolare d'indagine e di verità sul debito pubblico italiano, accompagnato dalla finalità di sapere se, e in quanta parte, tale debito è illegittimo. In tal modo viene rimessa alla sfera tecnica, la ricerca di un eventuale risultato da poter poi utilizzare politicamente.
Per contribuire a rafforzare la base teorica di un indirizzo politico che ha tutte le potenzialità per coagulare attorno a sé la necessaria forza collettiva per rompere la gabbia del debito, che condiziona pesantemente la costruzione di una piattaforma politica alternativa a quella imposta dagli agenti nazionali ed internazionali del capitale, può forse essere utile soffermare la nostra attenzione su un passaggio contenuto nell'appello per CADTM Italia, nel quale si afferma che “nel capitalismo finanziarizzato, l’economia contemporanea si è trasformata da attività di produzione di beni e servizi in economia basata sul debito” [2]. La debolezza che si riscontra in un’impostazione analitica del genere, è analoga a quella che contraddistingue le posizioni che identificano le cause delle contraddizioni del sistema capitalistico in una sua degenerazione, in una deviazione che provoca il suo malfunzionamento.
In questa caso pare di cogliere il fattore esplicativo delle attuali crisi nel processo di finanziarizzazione dell’economia, fenomeno che rappresenta certamente uno dei mutamenti di forma del modo di produzione capitalistico più rilevanti, ma la cui assunzione ad elemento centrale se non esclusivo nella spiegazione della ferocia sociale delle crisi rischia di impedire all’indagine di evidenziare come il debito giochi da sempre un ruolo fondamentale nell’economia capitalistica. Come spiega Marx riferendosi alla cosiddetta accumulazione originaria “il debito pubblico diventa una delle leve più energiche dell’accumulazione originaria: come con un colpo di bacchetta magica, esso conferisce al denaro, che è improduttivo, la facoltà di procreare, e così lo trasforma in capitale, senza che il denaro abbia bisogno di assoggettarsi alla fatica e al rischio inseparabili dall’investimento industriale e anche da quello usurario. In realtà i creditori dello Stato non danno niente, poiché la somma prestata viene trasformata in obbligazioni facilmente trasferibili, che in loro mano continuano a funzionare proprio come se fossero tanto denaro in contanti” [3].
Fin qui tuttavia, in queste parole è possibile ravvisare un’anticipazione delle teorie dei fautori della finanziarizzazione dell’economia, pur con l’importante precisazione che si tratta di un elemento connaturato al sistema capitalistico, anche ai suoi primordi, quando di certo non poteva affermarsi che esso avesse smarrito la sua prevalente forma di economia produttiva. Per la comprensione della funzione assunta dal debito pubblico all’interno del generale funzionamento della macchina capitalistica, può essere utile contestualizzare le analisi che Marx svolge sul credito nei Grundrisse, riprese e sviluppate da Suzanne de Brunhoff, con i profondi cambiamenti avvenuti nell’esercizio della politica monetaria da parte delle autorità pubbliche preposte.
Tipico esempio di questi cambiamenti è quanto avvenuto con il processo di integrazione monetaria europea. A fronte di una cessione di sovranità da parte degli Stati aderenti, e la conseguente costituzione di autorità monetarie transnazionali, i governi e le Banche Centrali hanno perduto la possibilità di utilizzare i tradizionali strumenti di politica monetaria. In particolare, il singolo Paese, non può più contare sulla copertura garantita dalla Banca Centrale, nell’acquisto dei titoli del debito pubblico emessi per far fronte alle contingenti necessità finanziarie dello Stato. Quest’ultimo è quindi costretto a ricercare le risorse occorrenti sul mercato internazionale dei capitali. Su tale strada il destino degli Stati è assimilabile a quello di un soggetto privato e come questi subordinato a condizioni di prestito fluttuanti, stabilite dalle banche e che risentono fortemente della valutazione effettuata dalle agenzie di rating internazionale, circa il merito creditizio e i fattori di rischio inerenti quel Paese.
È a questo punto interessante osservare ciò che Marx scrive sul ruolo del credito nel sistema capitalistico. Se è vero, secondo l’impostazione marxiana, che la produzione di plusvalore avviene nella fucina della produzione, la fase della circolazione che permette la trasformazione della merce in denaro e la ritrasformazione del denaro nelle condizioni di produzione – materia prima, strumenti, salario – influisce sulla frequenza con cui il capitale può valorizzarsi. I costi di circolazione dunque, pur non creando in quanto tali valore, possono considerarsi costi relativi alla realizzazione del valore. La riduzione dei costi di circolazione permette alle successive rotazioni del capitale – ossia ai passaggi del capitale attraverso i suoi diversi momenti – di essere sempre più ravvicinate, facendo tendenzialmente coincidere il plusvalore realizzato con quello prodotto ed influendo in ultima analisi sul complessivo plusvalore prodotto a causa di un maggior numero di rotazioni a parità di tempo di produzione [4]. Come sottolinea l'economista de Brunhoff, lo strumento attraverso il quale il capitale accorcia i tempi della circolazione è rappresentato dal credito. Il credito diviene il mezzo per accelerare la riproduzione del capitale, senza che questa debba attendere il nuovo riflusso di risorse monetarie dalla vendita delle merci. Cambiano dunque le condizioni monetarie della circolazione. Il credito permette di ridurre il tempo di lavoro, tramite la possibilità di investimento e di allargamento della scala di produzione [5]. Non è quindi una peculiarità del capitalismo al tempo della finanziarizzazione quella di essere un'economia basata sul debito in quanto la dimensione finanziaria è fondamentale per la sopravvivenza del capitalismo.
Interfaccia del progressivo indebitamento pubblico è la crescita esponenziale delle esposizioni creditizie dei principali attori del sistema finanziario internazionale. Il fenomeno permette di raggiungere contestualmente tre obiettivi strategici:
Spostare nel tempo e nello spazio le contraddizioni intrinseche del modo di produzione capitalistico
Assecondare la tendenza dello sviluppo capitalistico ad abbattere gli ostacoli che si frappongono al suo dispiegarsi (non solo sociali ma oramai sempre più pressantemente ambientali)
Mutare la composizione qualitativa del plusvalore estorto, con un ridimensionamento della forma profitto a vantaggio della forma rendita.
Su quest'ultimo punto, che come detto richiederebbe ulteriori approfondimenti, è sufficiente soffermarsi sulle dimensioni assunte dagli oneri finanziari che i Paesi con i debiti pubblici più elevati devono pagare ai detentori dei titoli rappresentativi del debito, rappresentati dagli investitori istituzionali internazionali. In Italia questi interessi ammontano al 5% del PIL, risultando la terza voce di spesa dopo previdenza e sanità. L'unilateralità della determinazione delle condizioni del prestito mette al riparo il prelievo effettuato dalla classe dominante sul prodotto sociale da un'indesiderata volatilità.
Ipotizzare una divergenza strategica tra capitale finanziario e capitale produttivo si rivela un'ipotesi sempre meno suffragata dalla realtà, non solo per le strette interconnessioni che li legano, ma perché proprio in termini strategici si assiste ad una volontà di potenza che persegue finanche obiettivi che dovrebbero risultare incompatibili. Un delirio di fagocitamento totale, ben descritto da Michel Husson: “L’austerità salariale non basta per uscire da una grande recessione: è anche necessaria una massiccia svalutazione del capitale che permetta di azzerare i contatori. Ora, e si tratta di uno dei parametri della situazione attuale, il capitalismo finanziario non lo vuole. Una lettura probabilmente più appropriata potrebbe essere la seguente. Le diverse frazioni del Capitale perseguono (in misura diversa) due obiettivi: ripristinare il tasso di profitto, ma anche mantenere e convalidare i diritti di prelievo acquisito prima della crisi sotto forma di capitale fittizio. In breve, i capitalisti si rifiutano di “realizzare le loro perdite”: vogliono, come diceva una propaganda bancaria, ‘il panino e il soldino’.” [6]
Il ripudio del debito illegittimo è in conclusione la strada da seguire, ma con la consapevolezza che la crescita del debito pubblico è una delle assi portanti del sistema del capitale e che pertanto il suo perseguimento deve necessariamente essere inquadrato nel superamento complessivo dell'economia capitalistica.

NOTE



[3] Karl Marx, Il Capitale, Libro Primo, Sezione VII, Capitolo 24, pag. 542, Edizioni Newton, 1996da IL CAPITALE

[4] Karl Marx, Lineamenti fondamentali di critica dell'economia politica, (“Grundrisse”) I, Einaudi Editore, 1976, pag. 527, pag. 531, pagg. 627–630

[5] Suzanne de Brunhoff, La politica monetaria, Edizioni Laterza, 1974, pagg. 74–75, pagg. 79–80, pagg. 170–172


Fonte: La Città Futura 

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