La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 10 gennaio 2017

Il papa e i movimenti popolari. Una valutazione

di Mario Agostinelli 
Chissà cosa avranno provato le Guardie Svizzere presenti nella grande aula Paolo VI lo scorso 5 Novembre quando hanno visto (e udito!) levarsi in piedi centinaia di giovani di fronte al Papa e al cardinal Tuckson per inneggiare a braccia alzate alla libertà del Kurdistan! Ma questa era la straordinaria cifra dell’incontro tra Francesco e i movimenti popolari provenienti da tutto il mondo. Una cifra attinente alla liberazione, alla giustizia sociale, alla cura della casa comune che affascina anche un mondo laico di sinistra orfano di una traccia su cui riconoscersi mentre rincuora allo stesso tempo i credenti delusi dall’assillo temporale e, perché no, dalla divisione anacronistica delle loro chiese.
Alla fine dell’incontro ho visto abbracciarsi compagni di viaggio ritrovati, affaticati dalle vacuità di Renzi quanto dall’esibizione di potere curiale dei vari Bertone, sideralmente lontani dall’assemblea promossa da Francesco. E, mentre uscivamo ormai col buio, ci siamo fatti promesse, riconoscendoci pur da diverse provenienze, di riprenderci o – almeno, per quelli della mia età – di riconsegnare ai più giovani la mancanza di futuro che soffoca intere platee del mondo, mentre la politica vive solo l’assillante richiamo al presente di un gioco degli specchi. Un illusionismo che occupa mille talk show, affanna cento leader mondiali a presidio dei loro confini nazionali e infiamma solo i dieci direttori di quotidiani che ad ogni svolta imprevista non sanno pentirsi di esserne stati i promotori.
Per la verità, è impressionante come un evento di questa portata non solo sia sfuggito ai media, ma non sia stato messo al centro di una adeguata discussione – almeno in Europa e nel nord del pianeta – da parte di quei movimenti che alla svolta del millennio e a partire dalla pratica dei beni comuni sembravano poter rappresentare la “seconda potenza mondiale”.
In effetti, per i celebranti dei fasti della globalizzazione, un’assemblea che riunisce le organizzazioni di persone ai margini della società – poveri, disoccupati, senza tetto, sfruttati e inoccupati o che hanno perso la loro terra agricola, “Las Tres T: Trabajo, Techo, Tierra” – è bene che rimanga senza voce e persino senza immagine, anche se trae origine da 92 movimenti popolari provenienti da 65 paesi; anche se è illustrata da presenze come quelle di Pepe Mujica, presidente dell’Uruguay 2010-2015, dell’indiana Vandhana Shiva o del leader dei Sem Terra Pedro Stedile; anche se non esibisce nessun aspetto di marginalità o di supplica caritativa e va diretta al cuore del cambiamento politico economico strutturale necessario alla sopravvivenza della civiltà e della specie umana.
Molti hanno già commentato con assai più autorevolezza le promesse di questo incontro: io qui sottolineo solo alcuni aspetti che nella mia esperienza laica costituiscono motivo di profonda riflessione rispetto ad un messaggio che oltrepassa la dimensione religiosa.
Nasce ormai sotto questo papato una forma di autoorganizzazione che respinge la cultura dello scarto e del pensiero unico ed ha le caratteristiche di incisività che, a mio avviso e senza esagerazioni, doveva avere nel contesto di formazione della civiltà industriale il manifesto di Marx ed Engels del 1848. Non siamo ormai più alla pur nobilissima dimensione morale: la commissione “Justitia et pax” – ha detto nella prolusione il cardinale Tuckson – sarà sostituita da quella per uno “Sviluppo umano integrale”. A mio giudizio si tratta di una svolta nella storia della Chiesa, come lo è stata la piena riqualificazione della scienza rispetto alla fede, accreditata definitivamente nella “Laudato Sì” all’interpretazione della realtà e del mondo che ci circondano. Si parla esplicitamente ormai di tirannia del denaro, indissolubilmente legata al sistema e si dà una forma storica al sistema: “capitalismo”, che anche se non direttamente nominato è richiamato nella sua contrapposizione insanabile ad una “forma di vita austera al servizio del prossimo e del bene comune”. E’ così conseguente l’analisi di Francesco sulla “frusta della paura, della violenza economica sociale e militare” da ammettere che un sistema come quello che predomina nelle sue aberrazioni genera terrorismo perché è terrorista.
Mi ha poi colpito l’intuizione più volta espressa che “nessuna tirannia potrebbe essere sostenuta senza sfruttare le nostre paure”, alimentate e manipolate”. Come negare che la paura - oltre ad essere un buon affare per i mercanti di armi e di morte – ci indebolisce e ci destabilizza, distrugge le nostre difese psicologiche e spirituali, ci intorpidisce di fronte alla povertà e, alla fine, ci rende politicamente crudeli?
Dovremmo darci pena non per cercare posti di lavoro, ma per crearne, tenendo conto che se si parla di lavoro, il tetto, la terra, la democrazia stanno incollati l’uno all’altro. Come afferma João Pedro Stedile “abbiamo un capitalismo che esprime l’arretratezza, lo sfruttamento e l’espulsione appropriandosi della natura e negando diritti universali, al punto che il sistema democratico borghese della rivoluzione francese non funziona più”.
Abbiamo una identità che non può dissociarsi dalla natura in cui la vita ha preso corpo e in cui la rigenerazione segue percorsi, relazioni e tempi ormai in conflitto con l’impiego di velocità e tecnologie tanto innaturali quanto discriminanti sul piano ambientale e sociale. Anche la politica è qualcosa di vivente ,perchè dalla nostra vita emerge la necessità di articolare la nostra domanda di futuro su basi partecipative e pluraliste, non sottopposte alla corruzione e alle oligarchie. E, al riguardo, spicca nel discorso finale del papa una ulteriore inedita riflessione: quale possa essere il rapporto tra politica e movimenti. A questi ultimi spetta il compito essenziale di impedire la formalizzazione di regole di esclusione per imporre invece con il conflitto democratico e non violento regole di dignità a carattere universale. E l’impegno a rimettere in gioco un rapporto vivo tra popolo e democrazia, attualmente soggetto ad “un divario che è imposto dall’enorme potere dei gruppi economici e mediatici che stanno dominando”. Un invito autorevolissimo a non fermarsi alle pratiche sociali, ma a mettere in discussione la politica economica e l’ampiezza della democrazia realizzata, che la politica tout court tende a restringere irreversibilmente.
Dai rapporti interpersonali, così vivi nella tradizione cattolica sociale, alle “macrorelazioni”: questo sembra essere l’insistente invito del papa argentino. E, dato che una democrazia che non escluda il popolo nella sua lotta quotidiana per la costruzione del suo destino è tra i punti focali di questa fase della storia mondiale, benvenuto ad un leader religioso di questo spessore e alla convergenza di culture di diversa provenienza su questi obiettivi!

Fonte: inchiestaonline.it 

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