La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 13 gennaio 2017

Il fumo di Marchionne

di Matteo Bartocci 
Un «dieselgate» per Fiat Chrysler (Fca) come per Volkswagen? L’agenzia americana per l’ambiente (Epa) è sicura: anche l’azienda guidata da Marchionne ha montato sui diesel venduti negli Usa un software in grado di «truccare» le emissioni di monossido di azoto (NOx), un gas pericoloso per la salute. Adesso la società di Detroit dovrà spiegare nel dettaglio ai mastini dell’ambiente a cosa servono «almeno 8 parti» di software del motore che per l’Epa «hanno sicuramente un effetto sulle emissioni di scarico». Di almeno uno di questi programmi Fca era a conoscenza fin dal 2015 e aveva comunicato all’Epa di averlo eliminato. Così non sembra.
Per Cynthia Giles, una dirigente dell’Epa, «non aver notificato l’esistenza di questo software costituisce già una seria violazione del Clean Air Act». Finora – sempre secondo l’Epa – Fca non è riuscita a dimostrare la liceità dei programmi utilizzati, perciò rischia una multa fino a 4,63 miliardi di dollari (44.539$ per ogni veicolo «taroccato»).
I mezzi incriminati sono 103.828, tra Suv Jeep Grand Cherokee e pickup Dodge Ram 1500 venduti tra il 2014 e il 2016. (Scarica qui il pdf dell’Epa)
In pochi istanti il titolo Fca perde 2 miliardi di dollari di capitalizzazione, scendendo del 16% sotto i 9 euro per azione (quasi 2 euro in meno in mezza seduta).


In una teleconferenza d’emergenza Marchionne in serata ha escluso «azioni illegali» affermando che la situazione di Fca non «ha nulla in comune» con lo scandalo di Volkswagen ed è «assolutamente senza senso» fare paragoni.
In effetti, almeno a giudicare dai bilanci, è proprio così. All’epoca dello scandalo (nel 2015) Volkswagen aveva in cassa una liquidità pari a 20 miliardi di euro, mentre per l’ex casa italiana oggi anglo-americana la situazione non è affatto rosea: Fca è l’unica azienda dell’auto molto indebitata (per 6,5 miliardi di euro). E non avrebbe dunque i mezzi per pagare una supermulta come quella ipotizzata dall’Epa.
Marchionne perciò fa la voce grossa: dice di avere saputo della notifica di violazione solo ieri alle 8 di mattina ora di New York (ma Fca sapeva dell’inchiesta, ndr) e giura che «sopravvivremo a qualsiasi multa», «chiunque fa un parallelo tra noi e Vw ha fumato qualcosa di illegale, noi non siamo quel tipo di criminali».
Peccato, perché fino a pochi giorni fa le prospettive per il manager italo-canadese erano abbastanza rosee: il titolo era ai massimi storici (11,74 euro per azione, +21% a gennaio) e al salone di Detroit Marchionne aveva promesso di azzerare il debito entro il 2018 e di centrare gli obiettivi del piano finanziario prima del suo addio, ipotizzato per il 2019.
Anche con Trump le cose sembravano mettersi benino. Il presidente eletto aveva ringraziato pubblicamente Fiat Chrysler su twitter per la decisione di investire 1 miliardo di dollari e 2mila assunzioni nelle fabbriche di Ohio e Michigan, stati chiave per il neo-presidente repubblicano.
Ora l’intesa con la Casa bianca è ancora più decisiva per Fca, che ha impianti in Canada e Messico e non potrebbe sopportare forti modifiche al Nafta o eventuali dazi «punitivi» all’import negli Usa, anche perché è da qui che viene il 90% degli utili.
Per chiarezza: oggi il motore di ogni macchina è controllato da un software. Per l’Epa però quel software «influenza» le emissioni e Fca non ne ha illustrato esistenza e funzionamento.
Per Marchionne invece quel software non inganna i test: «Non influenza nulla, esiste e basta, si comporta sempre allo stesso modo. Abbiamo la coscienza pulita, al massimo si è trattato di un errore tecnico, ci siederemo al tavolo con la nuova amministrazione e spiegheremo».
E poi – nell’ennesima conferenza stampa della serata italiana – rilancia i propri sospetti: «È strana una decisione di questa portata da parte di un’amministrazione in scadenza, spero che Fca non sia finita in una guerra politica tra Obama e Trump». Nessuna allusione, ma il riferimento indiretto ai tweet di ringraziamento del presidente eletto arriva forte e chiaro lo stesso. Come quando, poco dopo, spalanca le porte alle future possibili scelte anti-ambientali dell’amministrazione repubblicana: con questi comportamenti – butta lì Marchionne – l’Epa sarà «un’agenzia che perderà efficacia», proprio come piacerebbe a Trump.
L’ultima speranza di Fca è dunque nel prossimo inquilino della Casa bianca. Non a caso nel proprio comunicato ufficiale l’azienda dice di essere «pronta a collaborare con la prossima amministrazione per raggiungere un accordo equo e corretto» sulla questione delle emissioni. Come se l’imminente cambio politico facesse sperare in un ammorbidimento delle sanzioni e dei controlli per l’industria dell’automobile.
Forse. O forse no: «Ancora una volta un gigante dell’auto ha scelto di schivare le regole ed è stato beccato», ha detto Mary D. Nichols, responsabile del ben più «ambientalista» Carb, l’ente di controllo della California che conduce l’inchiesta insieme all’Epa.
La stessa Epa a settembre scorso aveva sollecitato Fca a investire di più nelle auto elettriche o ibride, chiedendo 5 miliardi di dollari di investimenti mirati entro il 2025. Fca infatti è un produttore «inquinante» per gli standard Usa, tanto è vero che ha dovuto comprare «crediti ecologici» quasi di 1 miliardo di dollari per compensare le alte emissioni dei propri veicoli.
Marchionne guarda già ai prossimi passi. «La prima cosa», dice, «è certificare» e omologare le auto del 2017. Mentre i colloqui con l’Epa, che vanno avanti dal settembre 2015, continuano. Un primo appuntamento è oggi, poi lunedì in California.
Inevitabile che le preoccupazioni per le sorti di Fca arrivino leste in Italia.
Per Maurizio Landini «dobbiamo metterci in testa che la Fiat che conoscevamo non c’è più» ma il miliardo di investimenti promessi negli Usa in Italia non si vedono e dunque – conclude il segretario della Fiom – «se non ci sono nuovi modelli in molti stabilimenti da qui al 2018 potrebbero esserci dei problemi. Vedremo quali interessi difenderanno».

Fonte: Il manifesto 

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