La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 2 gennaio 2017

I sentieri sotterranei nella formazione della classe operaia

di Maria Grazia Meriggi
Il Quaderno qui presentato – Lavoro mobile. Migranti organizzazioni conflitti XVIII-XX secolo, a cura di Michele Colucci e Michele Nani – raccoglie un gruppo di ricerche sulle mobilità come elemento costitutivo delle vite di operai e lavoratori nel tempo. Si segnala anche come il primo di una serie di pubblicazioni della collana editoriale promossa dalla Sislav, la società italiana degli storici del lavoro, che intende innanzitutto presentare ricerche che nascono dall’incontro fra studiosi di più generazioni ognuna delle quali portatrice di esperienze e priorità diverse.
NELL’INTRODUZIONE i curatori spiegano i problemi e le possibilità aperte dal loro approccio. La mobilità del lavoro è stata studiata da diversi punti di vista non sempre convergenti che ritraggono i diversi sguardi dei protagonisti, con grandi differenze nel tempo. Dal punto di vista degli operai autoctoni la presenza dei lavoratori immigrati – con progetti di ritorno spesso smentiti dalla realtà – suscita reazioni che coprono l’intero arco dalla xenofobia alla fraternità. Xenofobia provocata dall’uso che imprenditori e istituzioni fanno della forza lavoro migrante come dumping salariale, e talvolta rafforzata da elementi subculturali, in cui «imprenditori politici» operano spregiudicatamente ma superabile nel confronto coi comportamenti reali dei migranti nei luoghi di lavoro.
DAL PUNTO DI VISTA dei migranti l’arrivo attraverso catene migratorie «spontanee», famigliari o individuali, mosse da esigenze economiche, dalle crisi agrarie e/o dalla fuga da sconfitte politiche (da quella dei Fasci siciliani al fascismo) o grazie ad accordi interstatali, le precedenti esperienze determinano comportamenti diversissimi e forme talvolta intense di integrazione attraverso il conflitto.
Istituzioni statali e interstatali, organizzazioni sindacali impegnate, nel secondo dopoguerra, in un dialogo serrato con i governi, nella ricostruzione, a loro volta interferiscono con i punti di vista dei diversi soggetti sulla migrazione, come ricorda Michele Colucci nel saggio conclusivo.
L’EMIGRAZIONE diventa allora una dolorosa necessità che le organizzazioni sindacali cercano di seguire nei suoi spostamenti constatando la differenza fra le condizioni garantite dagli accordi interstatali e la realtà delle condizioni dei migranti ma anche uno delle accuse alle forze politiche di governo per non avere permesso un futuro ai cittadini lavoratori.
Tutti gli interventi suggeriscono al lettore piste innovative. Il saggio di Nicoletta Rolla sulla mobilità nei cantieri della Torino settecentesca è particolarmente significativo dell’attenzione che il gruppo della Sislav porta alla storia del lavoro e dei lavoratori in età preindustriale dove il «conflitto» è soprattutto orizzontale fra diverse competenze di mestiere delle corporazioni che tuttavia mostrano – potremmo dire precocemente – un forte interesse a gestire il mercato del lavoro controllando l’apprendistato. Un saggio che ci suggerisce anche di riflettere sull’eventuale rapporto fra lo sviluppo tardivo delle corporazioni in Piemonte e la loro a sua volta tardiva abrogazione che finisce per sovrapporsi al decollo del movimento mutualistico.
Michele Nani inquadra con domande innovative il tema classico della mobilità caratteristica del bracciantato ferrarese individuando tipologie e definizioni di mobilità anche allo specchio del giornale «La Scintilla». Che interpreta l’autentica sostituzione di popolazione che interessa i villaggi ferraresi di inizio Novecento come attacco cosciente ai «vincoli di solidarietà fra lavoratori» ed è strumento della ricomposizione di questi vincoli.
I SAGGI di Antonio Farina e Gian Luigi Bettoli – in cui chi scrive qui ha ritrovato ampie conferme alle problematiche suscitate dalle migrazioni dai paesi «arretrati» e dalla questione nazionale che si intreccia nella svolta del secolo a quella sociale nella Mitteleuropa – studiano i problemi dell’incontro fra operai e migranti italiani e polacchi e le specifiche forme organizzative del sindacato del Reich ma anche l’emigrazione come «scuola» di conflitto e di «importazione» di nuove domande dei lavoratori, un «male» che in Friuli, regione di emigrazione sia temporanea sia permanente e transoceanica, «viene dal nord» . Il saggio di Brier e Fasce si interroga sulla ricostruzione dell’emigrazione italiana negli Usa dove militanti di diversa origine hanno costruito una comune coscienza di classe contribuendo al making of the American working class. Stefano Gallo analizza le vicende dell’emigrazione italiana nell’isola dalmata di Lastovo, promossa dall’alto in epoca fascista che plasma la demografia di quel territorio.
Un lavoro da leggere nel contesto di più ampi progetti di ricerca cui la Sislav cerca di offrire un contesto collettivo.

Fonte: Il manifesto 

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