La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 4 gennaio 2017

Gian Paolo Calchi Novati, lo sguardo aperto su un mondo in tumulto

di Tommaso Di Francesco e Raffaele K. Salinari
Gian Paolo Calchi Novati ci ha lasciati. Un’intera generazione gli è debitrice dello sguardo aperto sul mondo in tumulto, sull’Africa in particolare. Nei lontani anni Sessanta del secolo scorso l’internazionalismo, vista la Guerra Fredda, appassionava ancora, entrando nella quotidianità del dibattito politico corrente. Alla grande epopea delle lotte per l’indipendenza del continente africano ed asiatico, alla loro liberazione dal giogo coloniale, corrispondeva la nascita ed il consolidamento delle grandi organizzazioni di massa che avrebbero poi sostenuto attivamente la sinistra continentale.
Al tempo stesso il processo decoloniale procedeva in parallelo a quello di un’idea di unità dell’Europa, che allora era ancora l’insieme delle potenze colonialiste per eccellenza, proprio le più colpite dalle nuove dinamiche terzomondiali.
E dunque ciò che succedeva in Madagascar o in Nigeria, in Giordania o in Vietnam, rimetteva in discussione non solo i destini di intere popolazioni dall’altra parte del Mediterraneo sino al Capo di Buona Speranza, dal Medio Oriente all’Indocina, ma la visione stessa del mondo che una sinistra impegnata a governare e dirigere il cambiamento doveva assumere. Basti pensare all’impatto della guerra civile algerina sul clima politico francese col crollo della IV Repubblica, il ritorno di De Gaulle al potere e l’avvento della V Repubblica, caratterizzata da una nuova Costituzione che conferiva poteri molto estesi al Presidente.
Sembrano lontani i tempi in cui i giornali riportavano in prima pagina le cronache della prima indipendenza del Ghana con i proclami panafricanisti di Kwame Nkrumah, la guerra civile in Congo, con il tentativo, soffocato nel sangue, del giovane leader Lumumba di coinvolgere le Nazioni Unite e la conseguente morte del suo Segretario Generale, Dag Hammarskjöld, o la nazionalizzazione del Canale di Suez da parte del panarabista Nasser riempiva i dibattiti di quanti vedevano nelle rivoluzioni africane un modello per le lotte del continente europeo.
Di tutto questo fin dagli anni Cinquanta, cioè dal periodo immediatamente successivo la fine della Guerra, con passione e convinzione, capacità divulgativa e autorevolezza storica, Giampaolo Calchi Novati si occupava da storico e da militante di sinistra, anzi, meglio, da storico in quanto militante di sinistra. Più che si occupava, diremmo che illuminava. Sulle nostre scrivanie, quasi come livre de chevet, il suo Le rivoluzioni nell’Africa nera (ed. dall’Oglio) del’67, l’anno in cui Gian Paolo affermava icasticamente nell’introduzione: «La liberazione dell’Africa nera è quasi completata. Il “potere” è una realtà per la maggioranza dei suoi paesi. L’incidenza sul significato dell’indipendenza africana nella residua sfera coloniale… si pone oramai in una prospettiva diversa, di scadenze e non di merito».
In merito alle «prospettive», è bene dirlo, Calchi Novati si riferiva, anticipando i tempi con la sua capacità visionaria, a quei processi di decolonizzazione che poi sarebbero avvenuti nelle ex colonie portoghesi dopo la Rivoluzione dei garofani del ’74, sino alla conquista del potere da parte dell’Anc di Nelson Mandela nel Sudafrica razzista dell’apartheid.
Scorrendo le pagine di quel libro «saggio popolare», che costava poche centinaia di lire, si ritrovava tutta la storia coloniale, e non solo, del Continente, riassunta magistralmente, passo dopo passo, a partire da una analisi marxista, ma non ideologica, dei rapporti di forza internazionali, in cui il fenomeno coloniale diviene una delle forme maggiori per l’accumulazione primitiva del Capitale.
Nella biografia di Calchi Novati, classe 1935, nato a Vimercate di Milano e laureato in Giurisprudenza, indimenticabile e appassionato docente universitario a Pisa, Urbino e Pavia, animatore dell’Ispi, fondatore dell’Ipalmo, si possono apprezzare alcuni dei titoli che costellano la sua opera di studioso indipendente: si va da temi quali Neutralismo e guerra fredda, Stato e coscienza nazionale nell’Africa occidentale britannica, ad altri legati all’analisi socio politica, Stato, popolo, nazione nelle culture extraeuropee. Fino al personalissimo, inusitato e quasi sentimentale, Dalla parte dei leoni.
Basterebbe solo questa breve teoria dei titoli, che negli anni si sono allungati sino a configurare una bibliografia impressionante e densissima, ad illustrare la vastità degli interessi sia storici sia divulgativi in cui si muoveva Gian Paolo, sempre attento a partire da una analisi complessiva delle relazioni internazionali per poi arrivare, con dovizia di particolari e di documentazione circostanziata, a illuminare una realtà nazionale, ma sempre alla luce di questioni generali che mai diventavano generiche.
Ma forse il merito maggiore di Gian Paolo Calchi Novati risiede nella sua coerenza di intellettuale. Questa capacità critica e documentale, infatti, di tracciare un affresco della condizione terzomondiale, non solo dell’Africa ma, più in generale di quello che una volta veniva definito Terzo Mondo, non è venuta meno neanche quando, in particolare dopo la fine della Guerra Fredda e delle nuove fasi del capitalismo internazionale, la luce mediatica, ed anche analitica, su vasti segmenti di mondo si sono spente, relegando interi continenti ad un ruolo nuovamente marginale e subalterno.
E su questo, sulla progressiva nascita dei processi di vera e propria ricolonizzazione, Calchi Novati ha sempre richiamato l’attenzione delle sinistre, per molti anni distratte da ciò che avveniva in Africa dai successi rivoluzionari latino americani, poi via via avviluppate dalla crisi identitaria dell’involuzione del processo di costruzione europeo. Sin dagli anni Novanta, infatti, ad ancor più dopo l’inizio del nuovo millennio, Calchi Novati ha sempre mantenuto il suo punto analitico: attenzione, diceva, ciò che sta succedendo nelle periferie del mondo, in particolare in Africa, il continente in cui la biopolitica sembra sperimentare i suoi dispositivi più avanzati di dominio e spoliazione delle risorse naturali, desertificazione dei processi democratici e partecipativi, arriverà ben presto anche nel mondo cosiddetto sviluppato; e così è stato.
Ma, forse, la parte meno conosciuta ma altrettanto interessante, dell’attività di Calchi Novati, è il suo corpo a corpo teorico costante con i settori più avanzati della critica al colonialismo come fatto culturale. Parliamo qui dalla relazione col pensiero del Frantz Fanon di Pelle nera e maschere bianche o dei Dannati della terra, al tempo introdotto da Sartre, o la sua personale visione delle implicazioni esistenziali descritte ne Lo Straniero di Albert Camus – con rammarico non abbiamo fatto in tempo a chiedergli che cosa pensasse de Il Caso Mersault, lo straordinario romanzo dello scrittore algerino Kamel Daoud che rovescia, secondo la sensibilità dell’oppresso, l’impianto del capolavoro di Camus. Lo storico appena scomparso si è spinto molto a fondo anche nell’antropologia e nell’etno-psichiatria, fino ad intervenire con idee originali sulle attualissime tematiche sollevate dai cosiddetti studi sulle culture subalterne.
Negli ultimi tempi, poi, la sua tensione di studioso e di commentatore politico era volta all’analisi della nuova fase aperta nel continente africano dall’emergenza dei radicalismi religiosi con le loro implicazioni militari e le reiterate guerre occidentali in teatri come il Niger o il Mali. Qui la voce di Calchi Novati si alzava perentoria sia a condannare in modo circostanziato le avventure neocoloniali di alcuni Paesi europei, e l’assenza dell’Europa come tale nel teatro mediorientale, sia per tornare incessantemente alle radici storiche di quei conflitti solo apparentemente regionali, indicando proprio nel neocolonialismo la debolezza degli stati del Sahel nei confronti dello jihadismo.
Ed infine, com’è giusto che sia, una notazione di chiusura sul suo rapporto con queste pagine. Il manifesto è rimasta una delle poche testate a chiedere a Gian Paolo Calchi Novati di fornire la sua visione sugli avvenimenti dell’attualità, processi di migrazione inclusi, ma sempre nell’ambito di una visione più ampia. La relazione di amicizia storica che Gian Paolo intratteneva personalmente con molti di noi e con i collaboratori, è sempre stata per lui una spinta a continuare l’analisi e la divulgazione, illuminando, per gli ultimi della terra, momentaneamente dalla parte del torto. Addio al leone Gian Paolo.

Fonte: il manifesto 

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