La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 10 gennaio 2017

Ecco perchè i 'buoni lavoro' devono essere aboliti

di Sergio Farris 
Una volta i privilegi dell'aristocrazia erano giustificati dalla (presunta) sanzione divina del coevo ordine sociale. Con l'avvento della società industriale liberale i privilegi della borghesia hanno trovato giustificazione in una (presunta) sanzione del merito individuale. La gerarchia sociale troverebbe, cioè, fondamento nel successo ottenuto in esito alla competizione individualistica nel mercato. Ciascun soggetto sarebbe artefice del proprio destino e della propria capacità di accumulare beni e denaro.
Nelle visioni più liberaldemocratiche, il massimo che l'autorità regolatrice statale deve limitarsi a fare è assicurare l'uguaglianza delle opportunità (un modo elegante per dire che si accantona il principio dell'uguaglianza sostanziale, previsto, ad esempio, nella nostra Costituzione). A ben vedere, tuttavia, la nozione liberale di merito, oltre a presupporre la sacralità della ricchezza materiale individuale, non fa altro che fungere da alibi grazie al quale i vincitori della suddetta competizione possono giustificare la propria condizione di vantaggio.
Ora, come trova applicazione l'ideologia liberalmeritocratica nel mercato del lavoro? Guardiamo questo grafico, tratto da 'Keynes blog':



Il lavoro è considerato alla stregua di una merce come tutte le altre. Ogni lavoratore sarebbe automaticamente retribuito sulla base del proprio merito, o produttività marginale. Se vi è disoccupazione, è soltanto per una predisposizione dei lavoratori a non accettare il cosiddetto salario reale di equilibrio nel mercato del lavoro (w/p* nella parte superiore del grafico). Se tale livello di salario non si realizza, è solo per effetto di rigidità nel mercato, come l'azione dei sindacati. Bisogna allora fare di tutto affinchè si vinca la resistenza dei lavoratori e delle organizzazioni sindacali, cosicchè i salari possano calare. E il 'voucher' è oggi il mezzo legale, fornito dallo stato, maggiormente impiegato per lo schiacciamento coattivo dei salari. Non si tratta tuttavia di addivenire al (fantasmatico) livello naturale del salario, quello cioè che accontenterebbe tutti; si tratta di lotta di classe dall'alto verso il basso.
In realtà, il problema della disoccupazione non può essere risolto solo guardando al mercato del lavoro, e non può essere concepito come fenomeno di natura volontaria o frizionale (o di rigidità). Il volume dell'occupazione dipende dalla domanda nel mercato di beni (parte sottostante del grafico). Quindi, se in una data fase, la domanda nel mercato dei beni è sostenuta (perchè magari lo stato ha ampliato il proprio deficit o per un aumento delle esportazioni) e il lavoro è retribuito con i 'voucher', aumenta la quota di profitti per le imprese. Le ragioni che spingono all'utilizzo dei voucher sono, in ultima analisi, da ricercare nella natura stessa del capitalismo, ovvero nella necessità di accumulare profitti che deriva, da un lato, dall'incertezza sul futuro, e dall'altro, dall’avidità umana. Ecco perchè il Presidente delle Piccole Medie Imprese di Torino, può permettersi di dire (Corriere della Sera del 04/01/2017) che i 'voucher' sono utili per abbattere il costo del lavoro. Soltanto che non sono altrettanto utili per le moltitudini di persone costrette ad accettarli come forma di ingaggio lavorativo.
I 'voucher' vengono sempre più attivati come forma di impiego sostituiva di lavoro vero, in tutti i settori produttivi. Una pacchia per chi pratica la lotta di classe dall'alto verso il basso: retribuzione inferiore rispetto ai livelli previsti dai contratti nazionali di lavoro, meno contribuzioni previdenziali e assistenziali, niente ferie, niente diritti legati allo stato di malattia o di maternità. Non si ha accesso neppure al sussidio di disoccupazione previsto per le interruzioni dei normali (in via di estinzione) rapporti di lavoro.
Infine: chi, come il governo in carica, dice che per restituire dignità al 'buono lavoro' è sufficiente smussare la possibilità degli abusi ai quali esso dà adito, va gridato: il problema non è l'abuso che si fa dello strumento 'voucher'. Il problema è lo strumento stesso. Il problema è che tale strumento costituisce un reddito saltuario, nonché di livello infimo, per una fascia sociale sempre più ampia, composta soprattutto di giovani. Il 'vuocher' va abolito, se si ha ancora l'ambizione di vivere in una società che abbia, fra i suoi fini, un minimo di giustizia fra i suoi cittadini.

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