La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 13 gennaio 2017

Dire i molti. Il comune che vorremmo

di Ilaria Bussoni
C17 – La conferenza di Roma sul comunismo e Sensibile comune – le opere vivesegnano l’ingresso nel centenario della rivoluzione sovietica. Siamo nella seconda decade del gennaio 2017, dal 14 al 22 gennaio. Un seminario internazionale e una mostra, non per commemorare il passato ma per riprendere a immaginare il nostro futuro: comune. Anche senza ismo. Con un passo indietro. Si riparte da Giuseppe Pellizza da Volpedo. Non dal Quarto Stato, l’immagine che ha dato forma all’emancipazione del lavoro lungo il ’900, ma da un suo Prato fiorito custodito dalla collezione della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Roma, paesaggio di luce e di grazia che proietta un possibile di vita nuova, nel qui e ora del suo tempo.
Come se tra le condizioni per pensare al comune vi fosse quella di inventare una forma, intrecciare un racconto, trovare le parole, sentire una durata, immaginare la luce e i colori, fare esperienza di una gioia altra dagli individui singoli e paurosi che siamo nella vita quando essa ha la forma datale dal capitale. Come se per dare senso a questa parola, comune, che è l’ultima o forse la prima delle invenzioni per poter dire i molti, le genti, le plebi, la fiumana, il proletariato, il precariato, l’intelletto generale, occorresse anzitutto darle dei sensi e costruire le facoltà, anch’esse nuove, per percepirla.
Certo c’è da fare la critica delle immagini del potere e dello sfruttamento, delle subordinazioni e delle mercificazioni, delle società impaurite pronte a rispondere all’appello del farsi popolo e nazione, ma c’è anzitutto da ricominciare un racconto, una finzione narrativa che scavi lo scarto tra ciò che si è e ciò che si può. Assumendo in partenza che comune non è la natura devastata dal capitale cui tornare per ritrovarla intatta, ma un artificio all’altezza delle nostre capacità di creazione. Comune è il preciso oggetto di un gesto creativo che emancipa ciascuno dalle rispettive incapacità, dalle divisioni sociali e del lavoro, dai saperi degli esperti e il governo che ne deriva, e che rovescia in assemblaggi di affetti e nuove forme di vita le passioni proprietarie dell’individuo neoliberale.
Così è l’incipit di un racconto che non smette di ricominciare, teso a costruire il comune sensibile che vorremmo: per presa diretta, con un’immagine, un’opera, un’improvvisazione musicale, una performance, un software, un gesto, un vino naturale, un giardino. Pratiche, esperienze, oggetti che sono sì una mostra ospitata da un museo, ma anche un primo balbettio di parole, per dire di un mondo che non c’è, disposte dentro una nuova grammatica delle relazioni, le cui regole sono tutte da inventare.
Per questo il rapporto tra estetica e politica torna a interrogare la forma e tralascia il contenuto. Per questo le arti vengono chiamate a partecipare di una costruzione che non è la didascalia immaginaria di una politica pensata da altri. E a chi entra – sia esso un pittore o un regista, un artigiano o un artista, un perfomer dell’arte o del lavoro cognitivo, un poeta o un manager di se stesso – viene chiesto di lasciare sulla soglia il bagaglio dei saperi, delle identità, delle facoltà stesse con le quali ordina la propria vita, gode delle proprie enclosure, guarda e norma il proprio mondo.
Azzardare una nuova visibilità è il compito minimo dei comunisti oggi: «l’organizzamento della materia che si compie sotto l’influsso della luce» dice Pellizza da Volpedo nel 1896. È la lezione formale che ci sentiamo di preservare, non per dare un’immagine al nuovo popolo del Quinto stato, ma per riprendere l’incipit di un racconto che non smette di ricominciare, teso a costruire il comune che vorremmo…

Fonte: operaviva.info

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