La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 10 gennaio 2017

Bauman, un maestro di vita

di Riccardo Mazzeo 
Zygmunt Bauman non era soltanto un pensatore immenso, ma anche, e direi più ancora, un maestro di vita. Personalmente, se nel 1992 non avessi letto Modernità e olocausto, sarei rimasto invischiato in prospettive proustiane e lacaniane fertili, senza dubbio, ma monche, prive di quell’interdipendenza che è condicio sine qua non del nostro essere nel mondo. Conobbi Bauman, dopo aver letto una quantità di suoi libri, nel 2006 al Festival dell’Economia di Trento. Con la Erickson avevo pubblicato un libro di Keith Tester, Il pensiero di Zygmunt Bauman, che andai a consegnargli sul palco dopo la fine della conferenza.
Lui vide la sua faccia sulla copertina del libro, lesse, soprattutto, il nome del suo allievo talentuoso che aveva scritto il testo, e mi diede immediatamente telefono e indirizzo e-mail che diedero la stura alla nostra conversazione durata per tutti questi anni. Poiché l’editore Laterza, avendo tradotto quasi tutti i suoi libri, aveva il diritto di prelazione sulle opere che lui avesse pubblicato per Polity, il suo editore inglese, Bauman nel 2007 mi spedì il testo di quattro conferenze che aveva tenuto e mi disse che, se lo avessi voluto, avrei potuto realizzarne un libro. Uscì così per Erickson Homo Consumens.
CI VEDEVAMO SPESSO, mi aveva spalancato mondi. Finché non scrivemmo il nostro primo libro, Conversazioni sull’educazione, in cui Bauman spiegava in modo adamantino e non più eludibile come l’educazione sia, essenzialmente, una questione politica. In questo era perfettamente sintonizzato con un altro amico che se ne è andato qualche giorno fa, Tullio De Mauro, il quale faceva coincidere le reali possibilità di acculturazione di una giovane vita con il numero di libri presenti nella sua casa. Bauman scriveva: che cos’è la «normalità» se non la tendenza prevalente, quella seguita dal maggior numero di persone? E citava Nel paese dei ciechi, di H. G. Wells, per mostrare come un orbo, in una comunità di ciechi, possa essere percepito come un elemento fastidioso, incongruo, inadeguato. Il protagonista si era innamorato di una delle loro ragazze cieche ma, se avesse voluto sposarla, avrebbe dovuto sacrificare quell’occhio inaccettabile che ancora gli brillava sul volto.
ECCO, BAUMAN e le persone di buona volontà che ritengono il mondo non un territorio di caccia ma un luogo che dovrebbe prendersi cura di tutti, anche di chi fa più fatica, di chi sale su un gommone per salvarsi la vita fuggendo dalle guerre e dalla fame, Bauman e noi che prendiamo atto della nostra «molteplicità» e che sappiamo la vanità e la vacuità dell’inseguire una prestazione perfetta come quella richiesta e continuamente rinnovata dalla società liquida in cui viviamo, tutti noi siamo gli orbi a cui i ciechi, i vari Trump, Salvini, Orbàn, Le Pen e le loro vittime volontarie vorrebbero chiudere anche l’occhio che continuiamo a tenere aperto.
Del resto, come ha scritto ne Le sorgenti del male, anche nella Germania nazista c’era un 90 per cento della popolazione che aderiva alle ingiunzioni di Hitler in modo supino, ma c’era anche un 5 per cento di sadici che ne approfittavano per sfogare i loro istinti più bassi. E, soprattutto, c’era in questa gaussiana un 5 per cento di individui che semplicemente dicevano di no, che si rifiutavano di obbedire a ordini infami, foss’anche a costo di sacrificare la propria vita.
L’ULTIMO LIBRO che ho scritto con Bauman, In Praise of Literature («Elogio della letteratura»), uscito per Polity nel 2016 che verrà pubblicato in Italia da Einaudi, parla del dialogo fra le varie discipline, della sua imprescindibilità affinché la sociologia, la psicoanalisi, la filosofia non restino trincerate nel proprio ambito ma ricevano ossigeno e vita dalla letteratura, dal cinema, dalla pop culture. Bauman, così rigoroso e capace di fulminare un’azione sbagliata con una semplice alzata di sopracciglio, era anche la persona più capace di generosità e di dolcezza che io abbia mai conosciuto e in questo libro, grazie alla sua apertura mentale sconfinata, riesce a citare Katy Perry insieme ai suoi amati Georg Simmel e Charles Wright Mills.
MI MANCHERÀ, la mia vita non sarà più la stessa senza di lui, ma fra le cose che mi ha insegnato c’è anche la consapevolezza che la vita che abitiamo è qualcosa che ci trascende, che è più grande delle nostre piccole o grandi individualità, e che quando ci pensiamo nel mondo dobbiamo andare al di là di noi stessi e dei nostri affetti, e finanche delle altre persone, che dobbiamo riuscire a scioglierci dai laccioli umanistici che ci fanno sentire i padroni del mondo visto che dovremmo piuttosto sentirci al servizio di questo mondo, e onorarlo, e accettare l’inesorabilità che altri prendano il nostro posto. Senza tristezza. Serenamente.

Fonte: il manifesto 

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