La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

domenica 29 gennaio 2017

Angela Davis e il disarmo del complesso neoliberale-penitenziario

di Miguel Mellino
Angela Davis non ha certo bisogno di presentazione. La sua figura è al centro del dibattito intellettuale e politico internazionale da quasi quattro decenni. Ex militante comunista e affiliata al Black Panther Party, il suo lavoro più noto è Women, Race and Class (1981), un testo sicuramente fondatore di discorsività per il Black Feminism. Alla sua ricerca sul femminismo nero sono anche dedicati la raccolta di saggi Women, Culture and Politics (1990) e il bellissimo ma poco noto Blues Legacies and Black Femminism: Gertrude “Ma” Rainey, Bessie Smith and Billie Holiday (1999). Negli ultimi vent’anni Angela Davis ha focalizzato tanto il suo attivismo quanto la sua riflessione intellettuale sulla critica a ciò che chiama, prendendo in prestito l’espressione da Mike Davis, il “complesso industriale-penitenziario” americano.
Nonostante, di recente, sia stata in diverse occasioni in Italia, questa parte della sua opera resta ancora poco conosciuta nel panorama locale. Non è un caso se le traduzioni italiane più note dei suoi scritti restano Autobiografia di una rivoluzionaria (1974) e Women, Race and Class, tradotto peraltro da Riuniti nel 1985 con un titolo non solo del tutto fuorviante, ma piuttosto eurocentrico: Bianche e nere (1985). Il tentativo di Davis di porre qui le fratture di razza e di classe come elementi problematici di qualsiasi costruzione femminista del genere come discorso politico, e di rendere evidenti alcuni importanti limiti del femminismo bianco della differenza, è stato neutralizzato dal titolo italiano, che sembrava rispedire alla mittente quella soggettivazione nera di cui si faceva portavoce: si trattava in effetti di un’espressione quanto meno confusa. Meno citato, invece, è il terzo dei testi di Davis tradotto: Aboliamo le prigioni? Contro il carcere, le discriminazioni e la violenza del capitale (2009, Minimum Fax), versione italiana di Are Prisons Obsoletes (2003). In Italia, dunque, l’interesse per Angela Davis rischia di apparire più legato all’appeal di un suo specifico sembiante, a un certo tipo di Immaginario, che non ad eventuali ingiunzioni politiche sollecitate da un qualche Reale del presente.
Ferguson, Palestina: G4S e l’imponente business neoliberale dell’industria della punizione
La sua breve e ultima pubblicazione, Freedom is a Constant Struggle (2016, Haymarket Books), può rappresentare un’ottima opportunità per rientrare nel cuore della sua attuale riflessione. Il testo raccoglie una serie di Lectures tenute da Davis sia negli Stati Uniti che in Europa tra il 2013 e il 2015. Al centro di tutti gli interventi vi è ancora una volta il tentativo di mettere a fuoco quello che possiamo chiamare le funzionalità economico-politiche-esistenziali del “complesso industriale-penitenziario” americano nel contesto di una neoliberalizzazione della società sempre più profonda e violenta. Malgrado un andamento rapido e prettamente orale (a volte anche schematico), e soprattutto un eccessivo ricorso a quella retorica politically correct più a buon mercato nell’apparato anglo-accademico globale, le diverse lectures ripropongono in modo assai suggestivo una serie di questioni centrali all’attuale dibattito tra incarcerazione di massa, eredità della schiavitù e neoliberalismo negli Stati Uniti, così come sul rapporto tra il cosiddetto nuovo attivismo nero di movimenti come Black Lives Matter e quello che Cedric Robinson ha chiamato la “Black Radical Tradition”. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare a un primo sguardo, il testo non ha come background soltanto la realtà economica, politica e sociale americana, poiché propone di affrontare la centralità crescente – discorsiva, culturale e politica - del cosiddetto “complesso industriale-penitenziario” come un fenomeno davvero globale e costitutivo della gestione neoliberale di società e territori. Da questo punto di vista, può apparire assai indicativo il sottotitolo del testo: Ferguson, Palestine and the Foundations of a Movement. Secondo Davis sono le stesse dinamiche dei fatti di Ferguson a porci davanti a uno scenario che va oltre gli Stati Uniti, a mostrarci la globalità delle tecniche di controllo, sorveglianza e repressione nel governo di determinate categorie di soggetti. Il punto di confronto critico qui è con The New Jim Crow. Mass Incarceration in the Age of Colorblindness (2010) di Michelle Alexander, uno dei testi più importanti degli ultimi anni sulle nuove dinamiche del dominio razziale negli Stati Uniti, ma che agli occhi di Davis rimane eccessivamente incentrato su una prospettiva locale. Per correggere questo limite, Freedom as constant Struggle pone invece subito la Palestina nella filigrana di Ferguson, più precisamente ciò che Davis chiede di chiamare il “sistema di apartheid” Israeliano instaurato nei territori palestinesi. La “connessione globale” tracciata tra Ferguson e Palestina non è qui semplicemente metaforica, né fondata unicamente sull’ovvia assunzione che quanto accade oggi alle comunità di neri (e latinos) poveri statunitensi sia assai simile a quanto sta accadendo ad altri gruppi in altre zone del mondo, ma è data da un elemento assai più concreto e transnazionale: la compresenza nelle due zone della multinazionale britannica Group 4 Security (G4S) nella gestione della sicurezza. Terzo datore di lavoro più grande del mondo, dopo Wal-Mart e Foxconn, G4S è anche la corporation multinazionale con più dipendenti all’attivo in Africa. G4S viene qui assunta come l’emblema di ciò che significa (privatizzazione della) sicurezza e del warfare nell’epoca del neoliberalismo: si tratta di una corporation responsabile della realizzazione della recinzione al confine tra USA e Messico, e tra i maggiori costruttori al mondo di carceri private, di scuole-blindate e di centri di detenzione per migranti. Tra i suoi affari vi è anche la gestione in diversi continenti del business del trasporto nella deportazione di migranti e profughi. Per dirla in termini foucaultiani, si tratta di uno dei significanti per eccellenza dell’imponente business neoliberale dell’industria della punizione, ovvero di una proficua “messa a valore” del razzismo, delle pratiche anti-immigrazione e delle politiche securitarie. G4S ha nei territori palestinesi occupati, ovviamente, uno dei suoi principali “fochi” operativi. Davis ci ricorda che questo grande mostro della sicurezza privata globale è profondamente implicato nella gestione e costituzione materiale “dell’apartheid israeliano”: buona parte del suo “securitarian know-how”, per così dire, è venuto a fondarsi su un suo coinvolgimento attivo in processi di contenimento della popolazione palestinese come l’edificazione del muro di Gaza, la costruzione di numerosi checkpoint, l’addestramento e la militarizzazione della polizia, la progettazione di sempre nuove tecnologie di controllo e repressione dell’ordine pubblico e del dissenso politico. E’ così che Davis ci chiede di pensare la gestione “coloniale” israeliana dei territori palestinesi, attraverso la partecipazione attiva di G4S e altri big della global security, come un importante “laboratorio” per la continua messa a punto o sperimentazione delle tecniche di gestione, sorveglianza, incarcerazione e repressione al centro dell’attuale “complesso industriale-penitenziario” negli Stati Uniti. Davis però non si sofferma più di tanto sulle contingenze storiche che hanno dato all’occupazione israeliana tale specificità. L’alta produttività del “sito israeliano” in materia di sicurezza, così come il suo profondo intreccio con il “complesso militare penitenziario” angloamericano, è data sia dalla sua natura geostrategica (post)coloniale, ovvero in quanto storica protesi dell’imperialismo occidentale in Medioriente; sia da uno storico esercizio di governo improntato, come già ci raccontava Edward Said in La questione palestinese (1979), alla totale negazione dell’altro e quindi alla sua trasformazione in migrante-alieno (razzializzato) sul proprio territorio. Questa centralità israeliana nello sviluppo di sempre più innovative tecnologie necropolitiche di gestione securitaria del territorio è stata analizzata più in profondità da testi come Arcipelaghi ed enclave (2007) di Alessandro Petti e soprattutto da Architettura dell’occupazione (2009) di Eyal Weizman. Davis non si muove entro il livello di approfondimento di questi lavori, ma in compenso il suo approccio può essere posto su una traccia già proficuamente aperta dagli studi postcoloniali: buona parte delle tecnologie giuridiche, disciplinari e militari alla base dell’attuale securitizzazione razziale dello stato neoliberale hanno da sempre un importante banco di prova in diversi territori “coloniali”. Nel caso particolare di Ferguson, precisa Davis, l’impronta del know-how israeliano si è vista non solo nell’atteggiamento sempre più militare della polizia nei confronti dei territori e soggetti sotto sorveglianza, o del tipo di attrezzature tecniche utilizzate dalle forze dell'ordine, ma anche nelle tattiche di contenimento e repressione degli attivisti durante le successive mobilitazioni. Più in generale, Davis sottolinea poi gli apporti di G4S-Israel al “complesso industriale-penitenziario globale” in materia di sofisticazione delle tecniche di sorveglianza carceraria, testate soprattutto nelle prigioni militari di HaSharon e di Damun, ma soprattutto nell’espansione anche a donne e bambini dell’incarcerazione sistematica come modalità fondamentale di governo e di controllo sociale. A tale riguardo, il suo testo ricorda non solo che HaSharon e Damun “ospitano” rispettivamente bambini e donne, ma soprattutto che la reclusione carceraria femminile tra africano-americani, latinos e migranti è in notevole aumento negli Stati Uniti, mentre l’età media dei detenuti nelle prigioni americane continua ad abbassarsi.
Da Buenos Aires a Washington: neoliberalismo di guerra (ai poveri)
A favore dell’enfasi di Davis sulla centralità della gestione israeliana dei territori occupati nel global know-how securitario, si può accennare anche al recente accordo tra il governo argentino di Macri e quello di Netanyahu per l'addestramento delle forze dell’ordine da parte dell'intelligence israeliana e per l'acquisto di quel diverso supporto logistico-militare necessario alla nuova politica di gestione neoliberale della conflittualità e del controllo sociale. I primi effetti dell’”approccio Macri” al conflitto sociale si sono visti già con l’incarcerazione preventiva di Milagro Sala (leader del movimento sociale Tupac Amaru), ma più di recente con la brutale repressione di militanti della comunità Mapuche in Chubut mentre contestavano l’estrattivismo di Benetton e dei “manteros” (venditori ambulanti, tra cui molti migranti) che si negavano al trasferimento forzato dai loro luoghi quotidiani di lavoro in strada in un quartiere di Buenos Aires. Si tratta di azioni della gendarmeria in cui si è messo chiaramente in mostra sia la “dottrina israeliana” della sicurezza che il suo equipaggiamento repressivo. Un altro elemento da non sottovalutare è che il governo Macri intende presentare un disegno di legge per abbassare legalmente l’imputabilità penale detentiva da 16 a 14 anni. E tuttavia l'analisi di Davis non va fraintesa: sorveglianza e repressione capillare di alcune comunità e territori, militarizzazione della polizia e del conflitto sociale, violenza razzista di stato, privatizzazione della sicurezza, e incarcerazione di massa non obbediscono alla logica di dominio di un singolo stato, governo o di una singola multinazionale, ma sono la risposta di razza e di classe del capitalismo neoliberale globale ai meccanismi di esclusione sociale generati dalla sua stessa logica di accumulazione. Inoltre, ciò che appare importante della sua analisi è che l’industria della punizione è una delle protesi economiche più trainanti della logica neoliberale di “accumulazione per spossessamento” (non è dunque qualcosa di accessorio). Va ricordato che molte delle aziende americane controllate da G4S, così come altri big della global private security, prima di tutti Wal-Mart (principale rivenditore al dettaglio di armi del mondo) e CCA (Corrections Corporations of America), fanno parte di ALEC (American Legislative Exchange Council), una potentissima lobby (o club privato di aziende) di cui sono membri, insieme alle corporazioni, decine di parlamentari (sia repubblicani che democratici) passati dai diversi congressi degli Stati Uniti sin dalla fine degli anni settanta. Come mostra l’eccellente documentario The 13th (Il tredicesimo emendamento, 2016) di Ave Duvernay - e che tra ha i suoi principali interlocutori proprio Angela Davis - buona parte delle leggi finalizzate al continuo sviluppo del complesso industriale-penitenziario (legittima difesa a oltranza, indurimento progressivo delle pene, privatizzazione delle carceri, legalizzazione del lavoro forzato o semi-schiavistico dei detenuti per le multinazionali, esternalizzazione dei servizi nelle prigioni, costruzione di centri privati di detenzione di migranti, militarizzazione delle polizia, autorizzazione al fermo di polizia preventivo di qualunque persona migrante, ecc.) sono state promosse in parlamento da membri di ALEC. Tra le più famose, il trittico approvato dal primo governo di Bill Clinton: privatizzazione delle carceri/militarizzazione della polizia, obbligatorietà a compiere l’85% della pena in carcere, ergastolo al terzo reato commesso). Non a caso diverse manifestazioni di Occupy e di Black Lives Matter hanno preso di mira proprio il ruolo di ALEC nel parlamento americano. Come appare ovvio, si tratta di una macchina giuridica di guerra finalizzata sia all’aumento della popolazione carceraria che all’allungamento dei tempi di detenzione, ovvero a mercificare e trasformare in profitto anche quell’eccedente di umanità che non può trovare il proprio spazio all’interno dei confinirazziali neoliberali della vita sociale. In questo senso, il “complesso industriale-penitenziario” può essere considerato come un’escrescenza neoliberale del vecchio keynesismo militare al cuore dell’economia statunitense negli anni delle due guerre mondiali e della Guerra fredda. Siamo dunque di fronte a un elemento strutturale del modo neoliberale di accumulazione. E se si accetta questo presupposto, è chiaro che industriale comprende qui anche finanziario.
L’eredità del movimento nero di liberazione: per un nuovo abolizionismo globale
E tuttavia nel caso degli Stati Uniti lo sviluppo del “complesso industriale-penitenziario” non può essere disgiunto dalla storica questione nera. Come altri autori, Davis chiede di pensare la centralità della “prigione come metodo” anche come la risposta del capitalismo razziale americano e di una riconfigurazione della white supremacy alla nuova situazione della forza lavoro nera dopo la conquista di una condizione di libertà formale da parte del movimento per i diritti civili e dopo l’annientamento fisico, penitenziario e politico dei leader e militanti del movimento del black power. Il risultato di questa restaurazione razziale cominciata con il lancio della Law and Order society di Nixon, e quindi con l’avvio del processo di neoliberalizzazione della società americana, è che oggi gli africano-americani sono soggetti a un razzismo sistemico ancora più incisivo e brutale dell’era precedente a quella dell’ottenimento dei diritti civili e dell’abolizione dell’apparato legale del razzismo di stato sancito dal Voting Rights Act del 1965. E’ qui che emerge la tesi centrale del lavoro di Davis: il “complesso industriale-penitenziario” è un’altra delle soluzioni congegnate dallo stato razziale americano per risolvere i problemi rimasti insoluti sin dall’epoca dell’abolizione della schiavitù. Questo dispositivo di governo dei neri viene così a iscriversi sulla stessa traccia aperta in precedenza dal sistema dei lavori forzati e dalla criminalizzazione della Blackness del periodo post-guerra civile, dai linciaggi e dal sistema Jim Crow del primo Novecento e dalla segregazione/apartheid legale degli stati del Sud. In altre parole, il “complesso industriale–penitenziario” non persegue che la prosecuzione della condizione di schiavitù razziale con altri mezzi. Il ruolo della violenza della polizia, compresi i continui omicidi di stato di neri poveri, non è poi così dissimile da quello dei linciaggi e delle cosiddette “slave patrols” del passato. Si tratta di una violenza di stato storica e sistemica, che va oltre la volontà dei singoli. Negli Stati Uniti, precisa Davis, come in tutte le società fondate sulla conquista, sull’insediamento di coloni bianchi e sulla schiavitù, il razzismo si è storicamente condensato come una struttura materiale-istituzionale anonima e impersonale: la violenza razzista appare quindi imbricata nella totalità dei dispositivi sociali, economici, giuridici e culturali di governo. Per questo, aggiunge Davis, la lotta per la giustizia e l’eguaglianza razziale promossa dai movimenti antirazzisti americani più radicali come Black Lives Matter, di fronte a casi come gli omicidi di Michael Brown (Ferguson), Eric Garner (Staten Island) o Trayvon Martin (Florida), non si è fermata al cosiddetto legalismo, alla mera richiesta di condanna dei poliziotti colpevoli: l’antirazzismo, per essere realmente tale, deve necessariamente assumersi come un attivismo politico anti-sistemico, non può che riguardare, dunque, il sistema nella sua integrità. È in questo modo che il “nuovo attivismo nero”, per Davis, non fa che proiettare sul presente la stessa dialettica storica di lotta del Black Liberation movement, ovvero di un movimento plasmato da un concetto radicale e sostanziale di libertà maturato nelle lotte antischiaviste, e che, proprio per questo, non può essere ridotto, malgrado i tentativi delle narrazioni (bianche e post-razziali) dominanti degli ultimi quaranta anni, alla trama meramente formale dei “diritti civili”. Sussumere questo desiderio di libertà entro il significante dei “diritti civili” significa depotenziare il portato di emancipazione di cui è caricata la black radical tradition. Questo movimento, ci tiene poi Davis a ricordare, soprattutto nella forma della sua radicalizzazione sotto il significante del Black Power negli anni sessanta, aveva assunto un’impronta e uno sguardo sempre più globale sulla propria condizione, frutto anche del suo intreccio bidirezionale con i movimenti anticoloniali di liberazione in Africa, Asia e America Latina. Contrariamente a quanto ci trasmettono, ancora una volta, le narrazioni dominanti, la sua forza propulsiva in questo periodo non derivava dal carisma o dall’astuzia “mascolina” dei cosiddetti “grandi leader” – come Malcolm X, Martin Luther King, o i diversi portavoce del Black Panther Party (tra cui, peraltro, vi è stata anche una donna, Elaine Brown) - ma dalle lotte, dalla resistenza quotidiana e dalle insurrezioni collettive dei neri nei ghetti, nei luoghi di lavoro e nelle diverse realtà segregate. Malgrado una critica eccessiva al del primo movimento nero rappresentato da Malcolm X, non tanto perché non avesse un limite di genere ma perché rischia di concedere troppo alla retorica politically correct e filo-pacifista della macchina accademica anglo-americana, non è difficile cogliere qui una critica di Davis a coloro (bianchi e neri) che hanno (de)legato la possibilità di un mutamento reale nella condizione materiale degli africano-americani all’elezione del primo presidente nero nella storia degli U.S.A; ovvero a un momento e a una figura di cui tuttavia, forse un po’ inspiegabilmente, Davis riconosce l’importanza. Diciamo inspiegabilmente perché nella sua promozione del neoliberalismo (attraverso il suo impegno personale per l’adozione globale di accordi come il Tttp e il Ttp in Asia), nel suo coinvolgimento attivo nella spartizione di Siria, Ucraina e Libia, nel mantenimento di (geo)politiche imperiali aggressive, nonostante una retorica amichevole e multilaterale, verso Cina e Russia (al di là di ciò che questi regimi esprimono), nel tentativo di porre definitivamente fine alle cosiddette “primavere arabe” con l’appoggio al golpe militare di Al-Sisi, e nella sua ostilità manifesta ai governi progressisti dell’America Latina, compresi l’appoggio ai golpe espliciti in Honduras e Paraguay e impliciti in Brasile, appare abbastanza chiaro che l’amministrazione Obama ha certamente lavorato non solo a un ulteriore rafforzamento del “complesso industriale-penitenziario” globale, ma anche a un recupero dell’egemonia del neoliberalismo USA al suo interno. Davis critica i “fallimenti” di Obama (anche se fallimenti non è la parola giusta) rispetto alla mancata chiusura di Guantanamo e a quello che doveva essere disimpegno degli U.S.A in Afghanistan e in Iraq, ma continua a considerarlo come un figura esterna alla “macchina neoliberale-finanziaria-penitenziaria” globale. Davis prosegue poi la sua riflessione sulle “continuità e le rotture” (come riporta il titolo di uno dei capitoli) all’interno del movimento nero cercando di rimettere in evidenza il ruolo avuto dalle donne proletarie nere, che con il loro rifiuto (di genere, di classe e di razza) a occupare i luoghi “periferici” destinati ai neri dalla logica della supremazia bianca capitalista accesero definitivamente la miccia del formidabile ciclo di lotte apertosi verso la fine degli anni cinquanta. Il riferimento va qui alle innumerevoli lavoratrici domestiche nere rimaste ignote, ma condensate dalla storia sotto nomi come quello di Rosa Parks e Fannie Lou Hamer. Senza il loro rifiuto, la figura di Martin Luther King Jr non sarebbe mai emersa. E il ruolo di primo piano di queste donne nello sviluppo del movimento per i diritti civili non è frutto del caso: da una parte, la loro condizione sociale nel Sud di quegli anni era assai simile a quella degli schiavi da cui discendevano; dall’altra, la maggior parte delle persone che nel 1955 a Montgomery in Alabama prendevano gli autobus per andare a lavorare erano proprio le lavoratrici domestiche nere. Eppure, si chiede Davis, perché si fa tanta fatica oggi ad associare a queste donne quella potente immaginazione collettiva di un futuro senza oppressione di razza, di classe e di genere che era alla base della loro insorgenza? Perché il loro ruolo nello sviluppo del movimento per i diritti civili resta sempre in secondo piano? E’ anche a partire dagli apporti storici delle lotte delle donne nere che Davis sollecita il nuovo attivismo nero a recuperare una visione globale della lotta politica, proponendo il concetto di “intersezionalità delle lotte” come fondamentale punto di articolazione di un movimento antagonista globale. Il concetto di “intersezionalità”, malgrado un certo uso accademico identitario e retorico che ha finito per depotenziarlo, appare tuttora a Davis di grande potenzialità: “l’esercizio dell’intersezionalità”, più invocato che realmente praticato, può rendersi ancora estremamente produttivo nel cercare una “connessione strutturale” tra i diversi movimenti, nel disimparare la propria autoreferenzialità nel rispetto delle singolarità, ovvero nel costruire un comune a partire dalle differenze e non viceversa. Davis propone quindi di riportare questa pratica e ciò che ritiene sia la sua vera essenza: non più (soltanto) vettore di frammentazione, di moltiplicazione di identità e differenze, ma esercizio di connessione e articolazione tra diversi modi di oppressione e soggettivazione. Il “movimento abolizionista” da lei promosso può servire qui come esempio della sua prospettiva: lottare per l’abolizione del carcere (del complesso industriale-penitenziario) negli Stati Uniti significa lottare allo stesso tempo contro il dominio di razza, di classe e di genere alla base della costituzione materiale del capitalismo neoliberale. I “movimenti abolizionisti”, che traggono nome e sostanza dalle riflessioni di W.E.B Du Bois sull’abolizione della schiavitù, non si pongono come unico obiettivo l’abolizione del carcere, ma portano avanti anche la questione di come creare e organizzare nuove istituzioni collettive e comuni caratterizzate dall’autonomia, dal mutualismo e da una reale inclusione sociale. Disarmare il “complesso industriale-penitenziario”, dunque, deve significare necessariamente mettere in discussione la stessa logica del profitto e del dominio del capitale come base dell’organizzazione dei rapporti sociali. E negli Stati Uniti significa cominciare a mettere fine alla guerra di classe ingaggiata dallo stato e dal capitale americano contro i neri poveri sin dall’abolizione della schiavitù.
Da Washington a Bruxelles: il complesso umanitario-penitenziario europeo
La realtà descritta nel testo di Davis può apparire distante da quella dell’Europa. Ma se concentriamo lo sguardo sull’universo concentrazionario nascosto dietro il cosiddetto “business dell’accoglienza” (anche sotto il significante umanitario) che sta caratterizzando la gestione europea della “crisi dei rifugiati” le distanze cominciano sicuramente ad accorciarsi. La proliferazione di CIE, CARA, CAS, HUB e Hotspots, insieme al ruolo primario di Frontex, Europol e Eurojust, nel governo delle migrazioni può essere concepita come una variante razziale europea di quel “complesso industriale-penitenziario” attraverso cui il capitalismo neoliberale globale articola la propria economia politica del controllo. Come punto di “intersezione” tra le due realtà si può ricordare un caso su cui si sofferma anche Davis: quello di Jimmy Mubenga, un migrante morto nel 2010 per asfissia a causa del maltrattamento ricevuto da agenti della G4S nel corso del volo di British Airways che lo stava deportando dalla Gran Bretagna in Angola. Al di là dei singoli casi, è chiaro che il dispositivo “concentrazionario-umanitario” europeo finisce per assolvere le stesse due funzioni che Davis vede alla base della gestione neoliberale penitenziaria degli africano-americani: da una parte, mercificare, produrre rendita e profitto, anche su quell’eccedenza di umanità espulsa dai confini neoliberali della vita sociale; dall’altra alimentare, materialmente e psicologicamente, attraverso le procedure sempre più arbitrarie l’illegalizzazione e quindi la vulnerabilità, la precarietà e la disponibilità-spossessamento (disposability) di certi corpi razzializzati nel mercato biopolitico-necropolitico globale. E tuttavia il dispiegamento di questo dispositivo in Europa non si esaurisce nella gestione di questi “spazi d’eccezione”: basta guardare al rapporto tra logica poliziesco/penitenziaria e governo di territori e popolazioni nelle diverse banlieues e periferie d’Europa. Nel complesso, ancora come nel caso degli Stati Uniti, si tratta di una politica razzista di governo che non può essere disgiunta dalla storia coloniale europea. Forse la “macchina penale” europea andrebbe pensata come una risposta politica alla mobilità del lavoro migrante a partire dalla decolonizzazione in poi: è chiaro poi che tale macchina ha avuto nella razzializzazione-criminalizzazione delle migrazioni postcoloniali già a partire dagli anni del secondo Dopoguerra un importante banco di prova. Si tratta di una connessione storica non del tutto presente nell’attuale dibattito antirazzista europeo, ma di fondamentale importanza per mettere meglio a fuoco la reale portata materiale non solo del dispositivo umanitario-penitenziario promosso dalla UE e dai governi europei per la gestione delle loro diverse crisi, ma anche delle pratiche di insubordinazione di migranti, post-migranti e altri soggetti europei postcoloniali.

Fonte: commonware.org 

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