La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 30 dicembre 2016

Un impegno politico per l’anno che verrà

di Christian Raimo
Nel giro di nemmeno dieci giorni, tra il risultato del referendum e l’arresto di Raffaele Marra, si sono dissolte le due narrazioni che avevano egemonizzato la politica italiana negli ultimi anni: quella renziana dell’arrivo del nuovo (rottamiamo vinciamo spacchiamo tutto), e quella grillina dell’onestà (siamo puri e diversi). Il bagno di realtà è stato una doccia freddissima: ciò che è sopravvissuto è un governo clonato come quello guidato da Paolo Gentiloni e il rimpasto della giunta capitolina imposto direttamente da Beppe Grillo e Davide Casaleggio.
Due soluzioni di realpolitik che hanno tolto, e definitivamente, qualunque carisma palingenetico ai proclami di Renzi e di Grillo, mostrando come il maggiore problema dei politici in Italia non sia né il loro abbarbicamento al potere né la loro endemica corruzione.
Aggiungiamo che il cosiddetto populismo, di cui sono indice l’avanzata delle destre xenofobe in Europa, la Brexit, la vittoria di Trump negli Stati Uniti, è un termine molto vago che comprende fenomeni assai differenti, ma quello che è innegabile è lo iato sempre più ampio tra l’autorevolezza e il consenso dei politici.
Per fare un esempio: il rischio che una formazione come il Movimento 5 stelle a causa dell’indagine romana si dissolva o ne esca fortemente ridimensionata non è così peregrino – all’altro partito organizzato dalla Casaleggio Associati, l’Italia dei Valori di Antonio Di Pietro, accadde di sparire da un giorno all’altro dopo una puntata di Report.
Aver immaginato partiti sempre più leggeri, con quadri sempre meno formati, con riconoscimenti legati a personalismi e occasioni è il principale elemento di fragilità dei sistemi politici attuali.
Quest’analisi della crisi della politica – la disillusione nei confronti dei partiti e dei sindacati, il declino delle classi dirigenti – in Italia si è espressa in due retoriche che sono significative ancora più delle reazioni (renzismo e grillismo) che hanno generato: la meritocrazia e la casta. La narrazione di un mondo di politici vecchi, avidi e corrotti ed essenzialmente babbei è stata e continua a essere una generalizzazione pericolosa e falsa come tutte la generalizzazioni, e miope anche come mera fotografia dei sintomi.
Un esempio di questa vieta retorica – giornalistica, politica, comunicativa, morale – è La repubblica dei brocchi, l’ultimo libro di Sergio Rizzo, uno dei due autori del bestseller La casta, dove si fa un grande minestrone dell’inadeguatezza dei politici degli ultimi anni.
Ci sono inchieste giudiziarie e gaffe vergognose, mescolate tra loro con un tono blasé o anche giustamente indignato. Ma comporre quest’elenco sfinente sugli scandali italiani è come sparare un riflettore da migliaia di watt in una stanza in penombra: il rischio è che invece di svelare qualcosa si inondi tutto di un bagliore abbacinante, e non si veda nulla ugualmente. Ossia si finisca per non riconoscere le vere cause della debolezza della classe dirigente.
Allo stesso modo il richiamo, dopo anni di antielitismo, al recupero delle élite finisce per risultare un proposito velleitario oltre che reazionario. Gli editoriali che danno voce a questa insofferenza sono seriali; qualche giorno fa ha avuto una certa eco quello dello storico Giovanni Orsina sulla Stampa che, per legittimare questa posizione, citava addirittura le parole di Ortega y Gasset del 1922.
Meritocrazia e mediocrazia
E quello dell’utopia meritocratica è un mito ancora più fasullo usato e abusato in questi anni, e ogni volta frainteso. Anche Rizzo non perde occasione per rendere omaggio a Michael Young, lo scrittore politico inglese che nel 1958 coniò il termine immaginando in L’avvento della meritocrazia l’utopia fantascientifica di una società del 2033 governata dai meritevoli. Ma Rizzo si dimentica – come praticamente chiunque citi Young – di ricordare che l’utopia meritocratica del libro si trasforma nella seconda parte dell’opera in una distopia, un’anarchia di arroganti autoeletti; il che esplicita come Young intendesse fare una satira sul concetto di meritocrazia e non una proposta politica (e già nel 2001 Young, ancora in vita, diffidava Tony Blair dal continuare a usare il termine meritocrazia con un significato opposto a quello originario).
Un altro concetto molto citato (e molto frainteso) negli ultimi mesi è stato quello di mediocrazia, il potere dei mediocri. Non passa giorno in cui non venga alzata la canea per stigmatizzare l’incompetenza, l’inesperienza di amministratori allo sbaraglio, di ministri non laureati, di politici che non sanno l’inglese o che sbagliano clamorosamente la comunicazione istituzionale. Ma anche qui limitarsi a rimarcare soltanto il sintomo può spalancare la porta a qualunque diagnosi.
Alla fine del 2015 in Francia è uscito un libro di Alain Deneault intitolato La médiocratie. Rizzo nella Repubblica dei brocchi lo cita addirittura in esergo. Il libro di Deneault è importante proprio perché è differente: non è un’enumerazione compulsiva di casi di malapolitica, ma una disamina sul lungo percorso che ha portato alla crisi delle classi dirigenti. In sostanza è un libro sulla crisi del sistema formativo, soprattutto dell’università.
L’idea della politica come gestione del potere per il potere non è più la degenerazione della morale pubblica o l’effetto della crisi delle ideologie, ma è l’esito di un’educazione civica dove, dice Deneault, la formazione non è rivolta a un orizzonte inesplorato, allo sviluppo sociale, quanto a imparare a “giocare il gioco”, plasmarsi a una serie di abitudine informali. Ecco quell’adesione al contesto che già nel 1988 emergeva in Homo academicus di Pierre Bourdieu, sociologo del quale Deneault si dichiara ampiamente debitore, e la cui mancata fortuna in Italia costituisce una delle lacune più ampie e profonde del dibattito pubblico non solo a sinistra (per fare un esempio semplice, il suo rigore nella ricerca sociale spazzerebbe via, anche da un punto di vista metodologico, il saggismo giornalistico basato sull’accumulo aneddotico).
Lo studio superiore e universitario sono invece in se stessi l’opposto della comunicazione, dello storytelling, del know-how, delle slide: l’opposto del mito della semplificazione, del “pensiero powerpoint”, concetto coniato da Frank Frommer in un testo del 2010 e citato più volte da Deneault.
La ricerca scientifica richiede molto tempo e investimenti con il rischio di non ottenere risultati spendibili, soprattutto nell’immediato. Se la si rende funzionale a qualunque tipo di successo – politico, economico, d’immagine – la qualità della ricerca diminuirà automaticamente.
Quando si è provato a percorrere una scorciatoia per formare le classi dirigenti, argomenta Deneault, rimpiazzando gli studiosi con gli esperti, si è dato avvio al disastro che abbiamo davanti ai nostri occhi.
Ma ci sono due ulteriori direzioni in cui lo spostamento di prospettiva di La médiocratie si rivela prezioso: la prima riguarda la qualità dell’istruzione scolastica, la seconda la critica a quelle varie forme di educazione informale della società neocapitalista.
La terribile consapevolezza che nasce leggendo Deneault è che sempre meno la scuola e l’università funzionano da ascensori sociali: il classismo non solo si riflette, ma si cristallizza e si legittima nelle istituzioni scolastiche, riproducendo le gerarchie dei sistemi più reazionari se non addirittura di quelli criminali (è interessantissima la lettura di questo breve saggio segnalato da Deneault, “How academia resembles a drug gang”).
La stessa disparità, lo stesso classismo feroce, apparentemente incurabile, anzi cronicizzato, è ciò che emerge da due recenti libri usciti in Italia: lo studio della Fondazione Res, L’istruzione difficile. I divari nelle competenze fra Nord e Sud, e soprattutto il pamphlet di Roberto Contessi, Scuola di classe. L’amarissima constatazione di entrambi è che in Italia la scuola funziona solo se si parte già con un contesto famigliare e sociale favorevole, e che gli articolatissimi percorsi di formazione non solo raramente compensano le disuguaglianze, ma spesso le ignorano e a lungo andare le radicano.
I dati della Fondazione Res sono spietati, e ancora più brutale è la lettura che dà Contessi, il quale attribuisce agli insegnanti italiani la responsabilità di non esigere dagli studenti, e prima ancora da se stessi, una qualità dell’apprendimento: "Voglio essere ancora più netto, perché questo punto rappresenta il cuore del libro. Quando c’è un problema, attestato dal sistema di misurazione utilizzato, esistono due strade per risolverlo: mettere in campo delle strategie per attaccare le cause, oppure alterare il sistema di misurazione. Nel nostro paese in moltissimi casi si è ritenuto che le discriminazioni culturali di partenza si potessero cancellare rinunciando a condurre un’analisi rigorosa, metodica ed efficace (orientata al successo formativo) degli apprendimenti conseguiti dagli allievi, cui avrebbe dovuto corrispondere un altrettanto rigoroso, metodico ed efficace piano di recupero per i più deboli. La scuola, invece, nasconde le differenze e garantisce un piatto titolo di studio quasi a tutti."
L’indebolimento della funzione dell’istruzione pubblica quale motore di progresso, o coscienza critica della società fa sì ovviamente che le altre agenzie formative informali risultino per converso più decisive. È così che l’ideologia capitalistica, di fatto, incide in modo sempre più drastico sui modelli pedagogici e anche cognitivi dell’infanzia e dell’adolescenza, persino prima e con più forza della famiglia o della scuola.
Il libro di Joel Bakan, Assalto all’infanzia, e quello di Stefano Laffi, La congiura contro i giovani, svelavano qualche anno fa ciò che alla maggior parte di noi appare evidente ma che sempre meno riconosciamo come una mutazione paradigmatica: il capitalismo determina non soltanto i tempi e i modi della vita degli adulti, ma plasma attitudini e comportamenti fin da un’età neonatale.
Il risultato di questo condizionamento è quello che un libro appena uscito per Ombre Corte, Logiche dello sfruttamento, definisce “imprinting”, ossia una forma di condizionamento della psiche del singolo, cosicché la logica dello sfruttamento non passa più da un dispositivo esterno che siamo costretti a subire – lo sfruttamento del lavoro, per capirci – ma viene direttamente interiorizzata, e persino desiderata.
Si impara già da piccoli a come aderire a modelli sociali già molto strutturati, e gli anni della nostra formazione ci rendono spesso ancora più conformi a questi modelli. Ci rendiamo adattabili a una ragione del mondo, come la definirebbero Pierre Dardot e Christian Laval che nel libro omonimo dedicano una lunga sezione, nella parte finale, alle trasformazioni della psiche derivate dal mutamento sociale innescato dall’imporsi del paradigma neoliberista.
In questo saggio su Logiche dello sfruttamento, Franco Berardi Bifo sintetizza così questo passaggio cruciale: "Naturalmente il capitalismo ha sempre esercitato un’influenza decisiva sulle forme del pensiero, della percezione, dell’affettività, ma nel passato della storia industriale questa influenza si manifestava nella sfera della politica, dell’ideologia, come un fenomeno tutto sommato esterno rispetto al processo di valorizzazione. Ora invece abbiamo a che fare con un’influenza molto più diretta, e questa si manifesta prima di tutto attraverso l’induzione di un ritmo che procede dalla sfera tecnica alla sfera cognitiva, e quindi dalla cognizione si trasferisce alla sfera produttiva."
Forse abbiamo almeno intuito allora come comprendere la crisi della politica abbia a che fare con un’indagine sulla formazione delle classi dirigenti. E che occorre rivolgere il nostro atto d’accusa non alla mera fenomenologia degli scandali, della corruzione, delle incompetenze e delle inadeguatezza dei politici, ma alle cause profonde di questa fragilità.
Visto che – come recita la famosa maledizione cinese – ci apprestiamo a vivere tempi interessanti per le nostre democrazie, sarà anche il caso che cominciamo a saperli interpretare.

Fonte: Internazionale 

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