La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

giovedì 29 dicembre 2016

Sui voucher il governo pensa a un ritocco minimalista, prima del referendum

di Roberto Ciccarelli 
Se in Italia aumentano gli occupati over 50 e calano quelli tra gli under 35 è «una buona notizia». Lo ha scritto ieri su twitter il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni a commento della nota congiunta Istat, Inps, Inail e ministero del lavoro sull’occupazione nell’ultimo trimestre 2016. Gentiloni si è soffermato sulla crescita dei contratti stabili senza tuttavia evidenziarne il baco originario: il ruolo degli incentivi, il peso del lavoro precario e a tempo determinato, le diseguaglianze crescenti tra neo-occupati e vecchi occupati amplificate dal Jobs Act. Difficile dire tutto questo in 140 caratteri, la misura standard dei pensieri dei politici, oggi.
«Possiamo fare di più», ha cinguettato il premier ed è sembrato di tornare all’epoca renziana affondata sui dati dell’occupazione. «Impegno sul lavoro», ha promesso Gentiloni, una frase che sembra avvalorare le voci di un intervento minimalistico sui voucher, i «buoni lavoro» simbolo del «nuovo precariato» che raggiungeranno la quota record di 160 milioni nel 2016. Incombe la decisione della Consulta sui referendum Cgil che chiede l’abrogazione dei ticket. L’impegno del governo potrebbe consistere in un’operazione cosmetica.
L’ultima proposta è del ministro dell’agricoltura Maurizio Martina: abolire i voucher nell’edilizia, mantenendoli negli altri settori per pensionati, studenti e cassintegrati, al lavoro fuori dai contratti, ma sempre a prestazione, senza tutele, con un reddito che non supera i 5-600 euro all’anno. Poi si spera che la Consulta giudichi “incostituzionale” il quesito della Cgil sul ripristino dell’articolo 18, già abolito da Renzi e che l’attuale premier «non ha nessunissima intenzione di modificare». La linea è ritoccare i voucher e non stravolgere la riforma di Renzi. Resta da capire se questa prospettiva possa soddisfare Roberto Speranza, della minoranza Dem e in corsa per la segreteria Pd, che ha annunciato la sfiducia al ministro del lavoro Poletti il prossimo 10 gennaio al Senato nel caso in cui il governo non cambierà le norme sui voucher. Per il momento il Jobs Act non si tocca. Questa è la trincea del renzismo senza Renzi.
Più equilibrata, rispetto ad altri esponenti del Pd, è stata la reazione del presidente della commissione lavoro alla Camera Cesare Damiano: «La nota evidenzia un aumento di 83mila lavoratori a tempo determinato e di appena 10mila a tempo indeterminato – ha detto – questo conferma che, con la progressiva cancellazione degli incentivi, tende a esaurirsi la “spinta propulsiva del Jobs Act”». Corretta la ricostruzione di Gigi Petteni, segretario confederale Cisl, secondo il quale l’occupazione cresce ancora, su base tendenziale e si stabilizza su base congiunturale, grazie agli incentivi. Con il loro taglio la situazione peggiorerà, insieme alla qualità dell’occupazione: «L’aumento del lavoro dipendente, in condizioni di crescita debole, è quasi tutto a termine».
La Cgil, che ha conquistato la ribalta con la proposta dei referendum abrogativi di parti del Jobs Act, invita a «una lettura attenta dei dati». Il commento è poco più lungo di un tweet di Gentiloni, ma è ugualmente sintetico: «Calo della crescita dei posti di lavoro, prevalenza dei contratti precari, esplosione dei voucher, altissima percentuale di disoccupati, soprattutto giovani», sostiene Tania Scacchetti, segretaria confederale Cgil. Tutto questo mentre «le politiche attive del Jobs act sono ferme al palo e quelle passive si indeboliscono con la cessazione di strumenti quali la mobilità e la cassa in deroga». Corso Italia propone il «rilancio degli investimenti, politica industriale, uniche ricette per dare una spinta, concreta e forte, a crescita e occupazione». 

Fonte: il manifesto 

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