La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

mercoledì 28 dicembre 2016

Quale sovranità monetaria?

di Christian Marazzi
Già si parla del 2017 come l'anno della grande svolta, l'inizio dell’inversione di tutto quanto ha caratterizzato gli ultimi decenni, in particolare la globalizzazione dei mercati unita alla finanziarizzazione delle economie, con gli effetti perniciosi che questi due processi hanno avuto sulla distribuzione dei redditi e l’occupazione, in particolare nei paesi occidentali. L’effetto Trump, che anora deve insediarsi alla Casa Bianca, non si è fatto attendere: il dollaro si sta rivalutando, la Federal Reserve ha deciso di aumentare (seppure con prudenza) i tassi d’interesse, e questo sulla sola base delle promesse di rilancio della spesa pubblica per investimenti infrastrutturali e degli sgravi fiscali da parte del neoeletto presidente degli Stati Uniti (ne ha parlato Sergio Rossi nel suo ottimo intervento a “plusvalore” dello scorso 19 dicembre).
È proprio vero che, ormai, le parole sono diventate vere e proprie “armi di distruzione di massa”!
Nei prossimi mesi, con le scadenze elettorali in paesi come la Francia, la Germania e l’Italia, il tema del ritorno alla sovranità monetaria nazionale sarà sicuramente centrale. E non solo per i paesi dell’eurozona, ma anche per la Svizzera alle prese con la costosissima difesa del franco che, con molta probabilità, sarà bersaglio privilegiato di prossimi attacchi speculativi.
La questione di un ritorno alla sovranità della politica monetaria è però molto complessa. Chi, ad esempio, sostiene che il recupero dell’arma delle svalutazioni competitive è la soluzione ai problemi di crescita economica del proprio paese, perché permette di aumentare le esportazioni, non fa altro che generare illusioni. In un mondo integrato dal lato della finanza, in cui imprese, banche e paesi emergenti sono fortemente indebitati in dollari, “anche se un paese possiede autonomia della politica monetaria e quindi flessibilità del tasso di cambio, non riesce a schermare la propria economia da shock che provengono dall’estero” (Tommaso Monacelli, “La politica monetaria globale della Fed”, in lavoce.info, 20.12,2016). Quando la Fed alza i tassi d’interesse, ciò produce all’estero una caduta dei prezzi di azioni e obbligazioni e un deflusso di capitali verso gli Stati Uniti. I vantaggi derivanti dalla svalutazione delle monete locali (maggiori esportazioni), in altre parole, sono più che compensati dal peggioramento delle condizioni finanziarie di imprese e consumatori.
Se proprio si vuole parlare di sovranità monetaria, e di motivi non ne mancano di certo, allora sarebbe preferibile riprendere gli insegnamenti di John Maynard Keynes e di Bernard Schmitt. Per questi due grandi economisti, l’unico modo per evitare gli effetti nefasti del dominio di una moneta nazionale sul resto del mondo, come nel caso del dollaro, è quello di instaurare una moneta sovranazionale (il Bancor di Keynes). Come dire che la vera difesa degli interessi nazionali passa attaverso il loro superamento. Sarà musica del futuro, ma pur sempre musica e non fracasso.

Fonte: Tysm.org 

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