La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

sabato 31 dicembre 2016

Percorso a ostacoli sui tre quesiti

di Massimo Villone
Il discorso di Gentiloni e la scelta dei sottosegretari testimoniano un governo fotocopia nei pensieri, nelle parole e nelle opere. È la prova ultima che si vuole ridurre il referendum del 4 dicembre a un incidente di percorso, che non richiede sostanziali correzioni di rotta. Gentiloni ci dice che non si occuperà della legge elettorale, ma tenterà di arginare i referendum Cgil, modificando in parte i voucher per evitarne l’abuso, e resistendo invece sull’art. 18, perché il Jobs Act rimane una legge buona, anzi ottima. Questo è il nucleo politicamente significativo del discorso.
Partiamo dai voucher, il cui quesito non sembra incontrare ostacolo quanto alla ammissibilità. Che si punti a una correzione è rilevante. Infatti, il referendum non ha più luogo nel caso di modifica nel senso voluto dai promotori, mentre in caso contrario si svolge sulla nuova normativa. Ma il quesito vuole la soppressione totale, e una modifica, per quanto riduttiva dell’ambito di applicazione, è cosa diversa dalla soppressione, perché comunque implica la sopravvivenza della norma oggetto di referendum. Quindi è solido l’argomento che l’Ufficio centrale per il referendum presso la Corte di cassazione – cui spetta decidere – dovrebbe trasferire il quesito sulle nuove norme.
Più complessa la situazione per l’art. 18. Il quesito non solo comporta l’abrogazione della più recente disciplina, ma attraverso il “ritaglio” produce anche una normativa di risulta che ricostruisce tutele per il lavoratore. All’assenza di garanzie il voto sostituisce una previsione di garanzie. E qui potrebbe esserci un problema. La Corte costituzionale ha infatti nel tempo costruito una causa di inammissibilità fondata su un “eccesso di manipolatività”. In sintesi, il quesito referendario può essere inammissibile quando cancellando parti di una norma produce un contenuto normativo nuovo di segno radicalmente contrapposto a quello abrogato. Questo perché in tal modo il referendum ex art. 75 Cost. si trasformerebbe da abrogativo in sostanzialmente propositivo.
Un ragionamento per molti versi debole. Ma qui bisogna porre due premesse. La prima è che in quasi 40 anni (a partire dalla sentenza 16/1978) la Corte ha costruito una giurisprudenza in base alla quale nel giudizio di ammissibilità può fare sostanzialmente quel che vuole. La seconda è che si tratta di una giurisprudenza per un verso prevalentemente volta a porre intorno al referendum ex art. 75 molteplici paletti, quasi a limitarne una potenziale pericolosità. È ben vero che i costituenti a loro volta non guardavano al referendum con particolare favore. Ma in quei tempi, con istituzioni aperte all’ascolto e forti organizzazioni di massa, di ordalie referendarie non si sentiva bisogno. Oggi, con istituzioni rese parzialmente cieche, sorde e mute dagli artifici maggioritari volti alla governabilità, e corpi intermedi indeboliti o evanescenti, l’appello diretto al popolo può essere il solo strumento per contrastare le scelte inaccettabili del potere politico. Ma tutto questo non può cadere sulla sola Corte costituzionale. Sarebbe piuttosto materia da riformatori veri.
Può darsi che il governo scommetta su una dichiarazione di inammissibilità del quesito sull’art. 18. In tale ipotesi rimarrebbe in campo un quesito depotenziato sui voucher, e quello sulla responsabilità negli appalti e subappalti, che non spaventa nessuno. Il deterrente referendario ne verrebbe grandemente sminuito. Da un quorum mancato o una vittoria del no potrebbe venire una legittimazione contrapposta e speculare all’esito del 4 dicembre.
Sono chiare le ripercussioni sulla vita dell’esecutivo e sulla legge elettorale. E forse non è azzardato pensare che una stessa maggioranza in Corte potrebbe giungere sia alla inammissibilità del quesito sull’art. 18, sia a una lettura riduttiva dei possibili profili di incostituzionalità dell’Italicum. Non è finita.
Tuttavia, Gentiloni ci fa tenerezza. Ha affermato che ha voluto lui Boschi, per le capacità e i meriti. Ha poi pudicamente aggiunto: «Anche se non mi credete». Ovviamente, è così, e rimane l’unico dubbio di una subalternità vissuta con godimento o sofferenza. Ma vogliamo vedere un barlume di consapevolezza che apre al futuro. Provaci ancora, Paolo.

Fonte: il manifesto 

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