La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 30 dicembre 2016

Obama e Kerry, tardiva chiusura dei conti

di Zvi Shuldiner 
I media del mondo hanno ascoltato attentamente il discorso del segretario di Stato Usa John Kerry e, due ore dopo, la reazione israeliana. Eppure l’autorevole Canale 10 della tv israeliana, ha aperto sì con Benjamin Netanyahu, ma perché il Procuratore generale ha autorizzato la polizia a interrogarlo su un caso per cui è sospettato di aver violato la legge: l’acquisto di navi in Germania, non discusso bene con le autorità militari e per il quale è stato reso noto il nome dell’avvocato dell’intermediario israeliano che avrebbe guadagnato molti milioni di dollari. È David Shimron, cioè l’avvocato dello stesso Netanyahu.
John Kerry, da segretario di Stato di Barack Obama che fra poche settimane lascerà la presidenza dopo otto anni, ha avuto fra i suoi dossier di lavoro la ripresa dei negoziati israelo-palestinesi. Obama, premio Nobel per la pace nel 2009, in otto anni non ha chiuso Guantanamo come promesso, ha appoggiato programmi interventisti in Medio Oriente, con i risultati che vediamo: parte della tragedia della Siria e della Libia si deve all’appoggio statunitense a organizzazioni jihadiste; così come Bush e Blair nel 2003 condussero la criminale guerra contro l’Iraq in nome della lotta contro il terrorismo. Obama è il presidente dei droni, che hanno assassinato molti innocenti sempre in nome della guerra contro i «terroristi». Al di fuori dell’accordo importantissimo con l’Iran sul nucleare civile, Obama non ha fatto niente di buono per la pace tra israeliani e palestinesi.
La furia di Kerry – e quella di Obama – si è espressa in un lungo discorso che purtroppo non si ascoltava da anni. Ma è tardi. Gli Stati uniti avrebbero dovuto parlare così nel 2008, nel 2011 o meglio dopo la guerra del 1967. Kerry dice quello che i pacifisti già sanno: Israele dovrebbe ritirarsi dai confini del 1967, permettendo così la creazione di uno Stato palestinese indipendente e Gerusalemme dovrebbe essere la capitale dei due Stati, Israele e Palestina. Si può trovare il modo di scambiare territori – il che consentirebbe di lasciare gran parte degli insediamenti anziché doverli smantellare – e occorre trovare una formula che tenga conto dei rifugiati palestinesi.
Per spiegare l’astensione, e dunque il «non veto» da parte Usa alla risoluzione del Consiglio di sicurezza Onu che ha condannato la politica israeliana sugli insediamenti nei territori occupati (gli altri 14 membri permanenti e non permanenti del Consiglio hanno tutti votato a favore), Kerry ha segnalato che questa politica porta all’impossibilità di mettere in pratica la formula dei due Stati per due popoli.
Non solo: ha anche detto che al di là della retorica di Netanyahu, perfino alcuni ministri del suo governo – alludeva a Bennett – hanno segnalato che non è il caso di usare la formula dei due Stati. Uno Stato solo, significherebbe che Israele smetterebbe di essere democratica. Kerry non lo spiega, ma in questi ultimi giorni è sempre più facile vedere che la tradizionale insistenza sul concetto di «unica democrazia in Medio Oriente» non riesce più a nascondere il costante deteriorarsi della democrazia in Israele. Oltre agli elementi tipici di uno Stato confessionale, aumentano le discriminazioni contro i cittadini palestinesi, ed è impossibile nascondere che nei territori occupati milioni di persone sono sprovviste dei più elementari diritti umani, civili, politici e nazionali.
Il premier Netanyahu ha «parlato al popolo» in tv. Era logicamente molto deluso da Kerry. Ha detto che nel contesto di un Medio Oriente in fiamme, la sua preoccupazione per gli insediamenti è ossessiva. Ha ripetuto che Israele è l’unica democrazia – dunque come si può mai insinuare che stiamo andando verso l’apartheid? Ha anche detto che se l’Amministrazione Usa avesse investito nella lotta contro il terrorismo le stesse energie impiegate contro la costruzione di colonie a Gerusalemme «sarebbe cresciuta la possibilità di arrivare alla pace».
Anche il ministro dell’educazione Naftali Bennett – criticato da Kerry – dice che di certo «non aiuteremo la nascita di uno Stato terrorista; migliaia di persone hanno già pagato il prezzo del terrore della politica fondamentalista dei palestinesi; è arrivata l’ora di una via nuova e la percorreremo»…E si può capire allora perché Netanyahu teme che Bennett gli possa sottrarre i voti dell’estrema destra. In altre parole, la politica di pace o la politica estera israeliana passa per piccoli calcoli di potere, a parte le profonde radici nazionaliste e fondamentaliste che ormai pervadono la società israeliana.
Ora il governo di Netanyahu ripone le più grandi speranze nel neo-eletto presidente Usa, Donald Trump, il quale poco prima del discorso di Kerry ha annunciato via twitter che Israele deve tenere duro e aspettare il 20 gennaio data del suo insediamento alla Casa bianca.
Riassumendo: primo, il discorso di Kerry è una reazione troppo tardiva (una specie di rantolo); secondo, l’era Trump apre enormi pericoli. Paradossalmente, si potrebbe sperare in una politica più equilibrata in Medio Oriente solo se la sua amministrazione fosse frenata da acuni dei portatori degli interessi imperialisti. Due dei suoi più vicini collaboratori – uno, David Friedman, è il futuro ambasciatore in Israele – rappresentano l’ideologia nazionalista e fondamentalista israeliana che circonda Donald Trump. Che parla anche di buone relazioni con il presidente russo Vladimir Putin, le cui ambizioni imperiali sono problematiche e aiutano ad alimentare le fiamme in Medio Oriente.
Nel 1957, statunitensi e sovietici bloccarono l’avventura aggressiva di Israele, Francia e Regno unito, nella guerra del Sinai. Un’altra epoca?

Fonte: il manifesto 

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