La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 30 dicembre 2016

Nel paese cresce la voglia di un cambiamento radicale

di Unione Sindacale di Base
In quest'anno che sta finendo il potere dell'informazione e la gestione della comunicazione da parte di governo e grandi gruppi economici e finanziari hanno subito un forte colpo dal voto del Referendum del 4 dicembre. La gente ha capito che quello che era in gioco erano valori fondanti della Costituzione e ha anche, e forse soprattutto, voluto dare un forte e chiaro segnale di contrarietà alle politiche economiche e sociali che stanno portando alla miseria milioni di persone.
Sicuramente quindi il NO del 4 dicembre può rappresentare un trampolino di lancio per avviare una stagione di lotte e di mobilitazioni per cambiare le cose, per riappropriarsi di ciò che è stato rubato dalle tasche dei cittadini e di ciò che è stato svenduto dello stato sociale, per contrapporsi efficacemente alle pesanti misure orchestrate dall'Unione Europea e gestite da governi di centro-destra e centro-sinistra.
E' difficile prevedere che cosa accadrà nei prossimi mesi, ma riteniamo interessante riportare alcuni dati emersi da un sondaggio che è passato quasi sotto silenzio in questi giorni di festa e che assume oggi una rilevanza significativa per comprendere lo stato d'animo e le condizioni di vita di che vive in Italia.
Si tratta di un sondaggio della SWG del 15 e 16 dicembre e di seguito riportiamo alcuni dati.
Il 53% dei “ceti bassi” della popolazione e il 35% di quelli alti ritengono che “per cambiare veramente le cose in Italia ci vorrebbe una rivoluzione”. Che siano sufficienti le riforme sono invece convinti il 24% dei ceti bassi e il 55% dei ceti alti. Non si pronunciano rispettivamente il 23% e il 10%.
“Le emozioni che si provano più spesso in questo periodo” per i ceti bassi sono di gran lunga il “disgusto” e la “rabbia”.
Alla domanda “secondo lei il nostro Paese, in questi anni, si sta modernizzando o sta regredendo”, solo l'8% dei ceti bassi e il 24% dei ceti alti ha risposto che si sta modernizzando, mentre rispettivamente il 78% ha risposto che sta regredendo.
Alla domanda “quali sono i due principali nemici del benessere degli italiani” per i ceti bassi al primo posto sono “i poteri forti”, al secondo i “corruttori”, al terzo le “banche” e solo, distanziato, all'ultimo posto il “populismo”.
Anche se con i sondaggi si deve sempre andare molto cauti, questi dati ci dicono che i bisogni primari non soddisfatti, che la disoccupazione che avanza, che l'arretramento dello stato sociale, che la forbice sempre più ampia tra la ricchezza di pochi e la povertà di tanti, spingono ad una radicalità importante.
Dicono che la convinzione della maggioranza di coloro che vivono più di altri questa condizione (cioè quelli che vengono definiti i “ceti bassi” e che ormai comprendono gran parte della popolazione italiana) è sempre più orientata verso soluzioni diverse da quelle prospettate da partiti e istituzioni economiche e politiche nazionali ed internazionali.
Dicono anche che c'è una differenza tra chi ha qualche cosa da perdere e chi invece non riesce più a vivere dignitosamente o in questi anni ha perso gran parte del suo potere d'acquisto familiare: ma che questa differenza non è poi enorme e quindi c'è nell'aria uno stato d'animo diffuso che va verso il cambiamento radicale.
Del resto anche la Corte Costituzionale, in una sua recentissima sentenza che possiamo senza alcun dubbio definire storica, afferma che prima del pareggio di bilancio vengono i bisogni primari, che sono diritti costituzionali.
Ora il problema è trasformare questo stato d'animo in reale volontà di cambiamento e in partecipazione, indicando obiettivi concreti e un percorso valido.
E' quello che in ambito sindacale e sociale stiamo facendo come USB: è quello che ci apprestiamo a discutere e decidere con il congresso che celebreremo nei prossimi mesi.

Fonte: Contropiano.org 

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