La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 30 dicembre 2016

Lo Stato entra nel capitale del Montepaschi, ma “non abbiamo una banca”

di Sergio Farris 
Quando è apparso chiaro che la soluzione di mercato per il Montepaschi di Siena (ma, in realtà, chi ci aveva seriamente creduto?) non avrebbe funzionato, il Governo è intervenuto con il decreto cosiddetto 'salvarisparmio'. L'organo di vigilanza della BCE ha allora alzato a 8,8 miliardi la posta per il realtivo aumento di capitale. Il piano di salvataggio approvato a fine luglio 2016 dall'istituto senese prevedeva, grazie all'azzeramento delle sofferenze tramite un piano di cartolarizzazioni da oltre 27 miliardi e al reperimento sul mercato di 5 miliardi, di riportare il coefficiente Common equity tier 1 al 4,5% (dal -2,23 dell'estate scorsa).
Degli 8,8 miliardi, 6,3 dovrebbero provenire dallo Stato, che sara così, con oltre il 67% del pacchetto azionario, il primo azionista nonché il socio di maggioranza nell'assemblea straordinaria dell'istituto. Dato che c'è di mezzo lo Stato, a Francoforte si è pensato di applicare i criteri per la fissazione del requisito patrimoniale massimamente prudenziali (quelli applicati, per intenderci, quando si è trattato di ricapitalizzare le banche greche). In realtà, nessuno si aspetta che dall'ingresso dello Stato (per mezzo dell'attuale governo di centrosinistra schierato a destra) nel capitale del Mps, possa derivare un genuino cambiamento di rotta, come ad esempio una politica industriale finanziata da una banca nazionale propriamente detta. Da parte dei più, ci si attende che, quando il Mps sarà taumaturgicamente tornato in salute, gli oltre sei miliardi di soldi pubblici versati per l'aumento di capitale saranno restituiti. 
Tuttavia, non per tutti è così.
Perchè altro effetto dell'ingresso dello stato nel capitale del Montepaschi è stato quello di risvegliare i mai sopiti fisimi Tedeschi sul debito pubblico. Ecco che, prontamente, il capo della Bundesbank Jans Weidman ha ricordato che, in base alle vigenti norme europee sulle risoluzioni bancarie, l'impiego di fondi pubblici per i salvataggi bancari va considerato come “l'ultima risorsa. Va data la priorità alla protezione dei contribuenti, mentre gli investitori sono quelli che devono assumersi la responsabilità”.
Isabel Schnabel, uno dei cosiddetti 'Cinque saggi' del governo di Bonn, ha aggiunto che “i problemi del Mps si protraggono da lungo tempo e le soluzioni sono state ritardate per troppo tempo”. 
Ora, nel quadro del nuovo scenario, caratterizzato dall'intervento pubblico, si aprirà un negoziato fra Roma, Bruxelles e Francoforte per la definizione del prossimo piano di salvataggio della banca senese.
Peccato che, per i Tedeschi, i quali sono anche i massimi custodi dei trattati fiscali europei, l'unica soluzione che potrebbe trarre l'Italia fuori dalle secche non è praticabile. Come ben sappiamo, ciò di cui ha bisogno l'Italia è una politica fiscale espansiva. Questa è la situazione, esposta nell'ultimo bollettino economico della Banca d'Italia:

Grafico 1



E' evidente che il contributo dato dal settore delle esportazioni, probabilmente migliorato negli ultimi anni grazie soprattutto alla politica monetaria ultra-accomodante della Banca Centrale Europea, oltre che da un modesto progresso della domanda extra-UE, non è sufficiente per risolvere la crisi.

Grafico 2



Bisognerebbe lasciar crescere oltre il famoso 3% il deficit pubblico per un certo numero di anni, in modo da poter finanziare nuova spesa pubblica, soprattutto per investimenti, servizi, e nuovi posti di lavoro. Inoltre, affinchè i benefici del ritorno alla crescita fossero diffusi, occorrerebbe lasciarsi alle spalle l'ossessione per la competitività, tormando a relazioni industriali meno sbilanciate a favore delle imprese e assetti contrattuali in grado di restituire reddito ai lavoratori.
Il 2017 sarà probabilmente, all'interno dell'Unione Economica e Monetaria Europea, l'anno della resa dei conti.
Probabilemente i Tedeschi temono che lo Stato italiano, per mettere al sicuro l'intero sistema bancario, dovrà intervenire con molto più dei 20 miliardi di cui al fondo già istituito. Quindi, non faranno che ribadire la loro linea strategica, da sempre basata sul divieto di qualsiasi mutualizzazione dei rischi e di eventuali esborsi finanziari. Secondo la filosofia tedesca, bisogna, in nome della competitività, continuare a infirmare il diritto del lavoro e ridurre le prestazioni di 'welfare state'. Grazie alla competitività, sarebbe possibile agganciarsi al traino delle esportazioni tedesche, tanto meglio se magari la nuova amministrazione Statunitense dovesse, nel mentre, dare atto al promesso piano di stimolo fiscale, lasciando magari cadere le ventilate tentazioni protezionistiche.
Dal lato della politica monetaria, va anche ricordato che i Tedeschi non hanno mai digerito il notevole allentamento praticato da Mario Draghi. Quindi, è possibile che a fine Marzo (quando è prevista la chiusura del Quantitative easing) esercitino pressioni affinchè giunga a termine il periodo di bonaccia monetaria, che, a causa di tassi d'interesse bassissimi, finanche negativi, ha penalizzato i risparmiatori Tedeschi. Anche perchè, frattanto, il Federal Reserve degli USA, magari anche nella prospettiva della suaccennata espansione fiscale, ha intrapreso il suo percorso di normalizzazione dei tassi di riferimento. Si aggiunga inoltre che il QE non ha prodotto lo sperato effetto di rilancio dell'economia nell'Eurozona, né tantomeno di quella italiana. I bassi tassi d'interesse tendono a rendere più conveniente l'indebitamento in capitale fisso (e magari a minor intensità di lavoro, con un ritardo nel rilancio dell'occupazione) ma se le prospettive di crescita della domanda aggregata sono fiacche e il settore privato è già indebitato a un livello ritenuto poco sostenibile, le manovre sui tassi si rivelano infruttuose. 
La politica di Renzi, durante gli anni di facilitazione monetaria, è stata profondamente errata. Mentre il penultimo Presidente del Consiglio sprecava fiato in inani proclami contro l'austerità impostaci dalla Germania e dal suo nucleo centroeuropeo (la madre di tutte le battaglie, che sarebbe però da condurre sul piano fattuale), ingenti risorse sono state sprecate in interventi puntuali e poco o nulla efficaci dal punto di vista macroeconomico. Provvedimenti quali l'abolizione dell'IMU sull'immobile principale, il bonus di 80 euro, il 'jobs act' e l'elargizione a pioggia di risorse alle imprese, non hanno sfiorato il nocciolo dei problemi del paese. Il nuovo capo dell'esecutivo, Gentiloni, dichiara che si continuerà con le riforme, che il lavoro di Renzi non va cancellato. Perciò, anch'egli vorrà dare alla propria azione di governo, un impronta votata ad assecondare i possidenti. Dal che non si può far altro che trarre una profonda inquietudine. Significa che la classe dirigente di questo paese pensa di poter tirare a campare come se nulla fosse accaduto negli ultimi 3 anni, e i problemi del paese resteranno irrisolti. 
Ma se la prospettiva della cura alla tedesca dovesse tornare a farsi concreta, c'è anche il rischio che possa capitarci l'implementazione di un nuovo ciclo di tagli e austerità. In entrambi i casi (tirare a campare o nuova cura da cavallo) è probabile che continuerà l'avanzata dello scetticismo verso la politica e, magari, del populismo. Nel 2017 sono previste varie scadenze elettorali, e non è escluso che anche da noi si voti per le elezioni politiche.

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