La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 30 dicembre 2016

Chi ha paura del populismo

di Norma Rangeri 
Se dovessimo leggere il 2016 soltanto sotto l’aspetto politico e istituzionale, potremmo concludere che l’anno che si chiude non è stato tra i peggiori. Gli italiani hanno difeso in massa la Costituzione e l’uomo solo al comando, alla guida di un governo arrogante, ha lasciato palazzo Chigi dove ora siede Paolo Gentiloni, strano clone del renzismo. Se invece alziamo lo sguardo oltreconfine, la violenza terroristica, la tragedia della guerra – l’immagine di Aleppo è emblematica di questo anno – come anche l’avanzata populista in Europa e soprattutto negli Stati uniti, il bilancio diventa sicuramente più complesso e preoccupante.
Come accade quasi sempre, c’è un doppio filo che lega alcuni di questi avvenimenti: la democrazia e il popolo. Negli Stati uniti come in Italia. Eppure oggi democrazia e popolo sono parole sfibrate, manipolate, traducibili facilmente e con presidenzialismo e populismo. La democrazia d’investitura e il capo sono, perfettamente coerenti, al centro della scena, mentre il parlamento è il simulacro di un sistema sociale e economico che appartiene alle società borghesi di un passato ancorato a una moneta e un territorio.
Il futuro per i populisti è un ritorno al passato. È Trump, ovvero il fantasma resuscitato della working class del carbone e del petrolio. È la Brexit che rafforza il confine e la moneta, peraltro sempre conservati. E’ Putin, protagonista del ridisegno di un assetto di potere nei paesi sotto la sua sfera d’influenza.
Eppure il populismo esiste un po’ in tutti i partiti. Perché oggi non sembra prevalere la politica per come l’abbiamo conosciuta, ma la pancia, l’istinto, l’aggressività, la paura. Che contagia tutte le formazioni politiche e trova terreno fertile e protagonisti nei social media, che da luogo di incontro, di conoscenza, di scambio, di democrazia diffusa, si stanno trasformando in un’arma, uno strumento, un mezzo mediatico per distruggere l’avversario o la vita delle singole persone.
La sinistra vive l’epoca ammaccata o sconfitta, in Europa e nel mondo.
Dove governa nei paesi del Vecchio Continente, vedi la Grecia, è alleata con la destra nazionalista, o, come in Francia, è protagonista dell’autodafé. Non riesce a interpretare né a rappresentare la società impaurita che vuole chiudersi e difendersi, che chiede risposte semplici a problemi complessi. Navigare in questo mare nero della paura è il banco di prova della sinistra al tempo dei populismi, delle guerre, del terrorismo. Una battaglia difensiva e difficile specialmente perché le accresciute e inedite diseguaglianze strappano le sue bandiere e gonfiano le vele delle democrazie dinastiche, delle democrature.
La sinistra, nella crisi di sistema, tuttavia, ha buone carte. Quelle giocate da Sanders, Corbyn, Iglesias. Certo, il suo elettorato è confuso, deluso, ma soprattutto arrabbiato, attraversato dall’ansia del domani. Come tutti. Perché tutti noi vediamo il fondo nero di un domani che spaventa. Per il futuro dei figli, per quelli che non lavorano e per quelli che l’economia globale mette a valore in qualche punto della sua catena. E oltre che pessima consigliera, la paura è anche una forza psicologica prorompente che addomestica e deforma la democrazia, travolge i vecchi corpi intermedi (parlamento compreso) per correre verso il leader che promette sicurezza e assistenza.
Naturalmente c’è anche chi pensa che parlare di post-democrazia sia sbagliato perché libertà di voto e di espressione sono ancora ben saldi, pur se continuamente attaccati, e perché la democrazia è per definizione sempre in crisi. E forte è ancora la domanda di partecipazione, nelle forme richieste dalla comunicazione della Rete e della televisione, più complicate da decifrare rispetto alla vecchia piazza dei movimenti e dei partiti. Così come è problematico definire classi, soggetti, alleanze. I lavoratori dei call-center, quelli dei voucher, dell’uberizzazione, giovani e meno giovani figure di un precariato, che convivono accanto a estese zone di un neoschiavismo migratorio. Ma la richiesta di partecipazione continua a farsi sentire e a votare, come ha dimostrato quel 70% di affluenza al referendum del 4 dicembre.
In un mondo mai così diviso dalla profondità delle diseguaglianze, se il populismo promette l’impossibile ritorno al passato dei muri, la sinistra deve indicare una prospettiva di libertà e fratellanza che sia certo alternativa ma soprattutto credibile. Negli strumenti teorici dell’analisi e nelle figure politiche di riferimento.
Di sicuro nel 2017 non sorgerà il sol dell’avvenire e la sinistra dovrà fare i conti con due destre, una neoliberale, una nazionalista. Il primo passo è ricostruire, ricollegare, riorganizzare. Poi viene il che fare, se e con chi proporre alleanze nella fase attuale. Banalizzando per l’Italia: il Pd o i5Stelle? Qual è la padella e quale la brace, è ardua sentenza, ma hic rhodus, hic salta.

Fonte: il manifesto 

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