La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

venerdì 30 dicembre 2016

1972, i metalmeccanici e l’epopea di Reggio Calabria

di Giuliano Cazzola 
Grande anno il 1972. I metalmeccanici non si limitarono soltanto a rinnovare un contratto con tanti aspetti innovativi (abbiamo già parlato nella puntata precedente dell’inquadramento unico), ma anticiparono le vertenza con un’iniziativa (organizzata insieme con le altre categorie ‘’unitarie’’ dell’industria) dedicata ai problemi del Mezzogiorno e svoltasi in Calabria. Sono passati tanti anni da quei fatti, di cui probabilmente si è persa la memoria. Bisogna sapere che una delle risposte alle lotte dell’autunno caldo era stata l’istituzione delle Regioni. In quella circostanza, in Calabria, stabilirono che gli uffici del nuovo Ente dovessero essere a Catanzaro. A Reggio Calabria la decisione suonò come un insulto.
Vi furono vere e proprie sommosse popolari: ci scapparono persino due morti negli scontri tra dimostranti e Forze dell’Ordine (un ferroviere ed un brigadiere di Pubblica Sicurezza).
Fatti analoghi si svolsero anche in Abruzzo, a L’Aquila, in seguito alla scelta di Pescara come capoluogo. La Federazione del Pci venne presa d’assedio: i dirigenti e gli impiegati vennero fatti uscire tra gli sputi e gli insulti. A Reggio Calabria i partiti si spaccarono: un pezzo della Dc (sindaco in testa) e le destre appoggiarono la rivolta. Il Psi si trovò nel mirino, dal momento che il suo segretario nazionale Giacomo Mancini era calabrese (anziano, prima di morire, è tornato a fare politica nella sua regione, come sindaco di Cosenza ed ha avuto e superato pesanti disavventure giudiziarie) e veniva accusato di aver tradito i reggini. Il Pci (insieme alla Cgil) tenne una linea di assoluta fermezza: bollò quei moti come se fossero populisti e fascisti. Per molti mesi non cedette di un millimetro; i militanti si asserragliarono nei locali della Federazione e fecero sapere che non era conveniente prenderli d’assalto. Nessuno osò provarci. La città scivolò nelle braccia del Msi che prese le parti della causa reggina. E nelle elezioni successive il partito di Giorgio Almirante raccolse un sacco di voti e mandò in Parlamento uno dei caporioni della rivolta: Francesco (Ciccio) Franco, già “condottiero vociante” delle guerriglia urbana, sindacalista della Cisnal (oggi ha cambiato nome in Ugl e si è un po’ ripulita), militante del Msi da cui era stato espulso (e riammesso) almeno cinque volte.
La sommossa, iniziata nel luglio del 1970, proseguì anche nei primi mesi del 1971. In città c’era una sola fabbrica metalmeccanica di una certa consistenza: le Officine Omeca, produttrici di materiale ferroviario. Nelle prime ore, gli operai erano stati i primi a salire sulla barricate. Poi era cominciata una lenta azione di recupero. Per placare lo scontento l’Assemblea regionale deliberò un progetto di dislocazione articolata degli uffici pubblici (la Giunta a Catanzaro, il Consiglio a Reggio Calabria, l’Università a Cosenza). Dal canto suo, il Governo decise di costruire il V Centro siderurgico in provincia di Reggio Calabria, nella Piana di Gioia Tauro. Non era la prima volta che colossali insediamenti dell’industria di base dovevano servire a risolvere problemi sociali. La chimica sarda, ad esempio, fu pensata come alternativa al banditismo e all’industria dei sequestri. Ai sindacati il V Centro sembrava una grande opportunità; non così ai reggini. La storia e l’economia hanno dato regione alla loro sfiducia. In quella località si sono distrutte rigogliose coltivazioni e si sono inseguiti progetti diversi. Sfumata l’ipotesi della siderurgia, si è pensato ad una Centrale dell’Enel, poi, anche questa soluzione fu accantonata. E’ rimasto il porto. Doveva essere la struttura di servizio all’impianto siderurgico, invece ha trovato una sua interessante convenienza come porto vero e proprio. Pare che svolga anche una discreta attività: il suo problema sta nella fragilità del sistema stradale per raggiungere le banchine o per allontanarsi da esse. Ovviamente queste considerazioni valgono al netto delle infiltrazioni della criminalità organizzata. 
Al dunque, i reggini sapevano bene che gli uffici della Regione avrebbero portato occupazione “pesante” e garantita per alcune migliaia di persone. In qualche modo i fatti hanno dato loro ragione. Ma questa è tutta un’altra storia. Quella che vogliamo raccontare è la seguente: la Calabria fu teatro, nell’autunno del 1972, di un’altra importante manifestazione dei sindacati metalmeccanici, i quali decisero, con la solita spettacolarità delle loro iniziative, di collegare la piattaforma per il rinnovo contrattuale (nel frattempo venuto a scadenza) ad una “vertenza per il Mezzogiorno”. A Reggio Calabria doveva svolgersi un Convegno, seguito da una grande marcia di lavoratori provenienti da tutto il Paese. Vennero fissati i giorni del 20 e 21 ottobre per la prima parte e il 22 per la manifestazione. Appena annunciata, la cosa suscitò non poche perplessità. Nella città calabrese vi era una situazione molto tesa, si temeva la ripresa dei disordini di alcuni mesi prima, in presenza di un evento che aveva oggettivamente il sapore di una provocazione, agli occhi del ribellismo dei “Boia chi molla”, egemonizzato, con tanta fatica, dal Msi. 
Era forte la preoccupazione delle strutture sindacali e di partito delle Regioni del Sud. Tanto più che anche all’interno dei sindacati erano sorti dei problemi. La segreteria confederale della Cisl non approvò l’iniziativa; il che mise in una situazione delicata la Fim-Cisl di Carniti, anche perché la Cgil decise di partecipare in modo plenario, con tutti i 12 segretari confederali e i gruppi dirigenti di categoria e delle strutture orizzontali. In verità, anche nella Confederazione di Lama non tutto era stato pacifico. Come nel Pci. La questione si sbloccò in occasione di un Convegno sul Mezzogiorno che il partito comunista organizzò alcune settimane prima a L’Aquila. Svolse la relazione introduttiva Alfredo Reichlin e trasse la conclusioni Pietro Ingrao. Ma la svolta venne da un breve discorso (in tutto 17 minuti) letto da Enrico Berlinguer (allora vice segretario in attesa di prendere il posto di Luigi Longo): la manifestazione di Reggio Calabria andava –affermò - nella direzione giusta e avrebbe avuto l’appoggio del partito. Subito dopo l’aria cambiò: Pci e Cgil presero in mano l’organizzazione di quelle giornate. Allora si aveva veramente a che fare con una potente “macchina da guerra”. Aldo Giunti, il segretario organizzativo della Cgil, si piazzò a Reggio Calabria e volle seguire tutto di persona. Ovviamente, questa situazione pesava politicamente sulla Fim (ed anche sulla Uilm, benché la sua confederazione non si fosse tirata indietro), ma Carniti teneva duro, anche se volle esercitare attraverso i suoi più fidati collaboratori (a cominciare da Pippo Morelli) uno controllo politico molto stretto.
La prova fu davvero durissima. Soprattutto nei giorni del Convegno i delegati vissero in una condizione da incubo. Ad ogni seduta si ritiravano le deleghe vecchie e se ne distribuivano di nuove, di un diverso colore, per giunta siglate da Antonio Mazzetti (un ex granatiere, divenuto responsabile per la Fiom della navalmeccanica), il quale stava all’ingresso della sala, col picchetto, a riconoscere senza eccezione alcuna il suo contrassegno. Finiti i lavori i delegati si ritiravano negli alberghi o nei ristoranti in comitiva, senza curarsi dei ragazzi in motorino che facevano la spola per insultarli. Gli alberghi della città non avevano la capienza sufficiente; così i partecipanti erano sparsi anche in località vicine, persino a Messina. Va detto che quasi tutto il gruppo dirigente sindacale di allora (compreso quello di talune federazioni di categoria della Cisl alleate della Fim) aveva voluto essere presente e testimoniare la sua solidarietà ai metalmeccanici. Ma della Cgil non mancava nessuno. Così, c’erano problemi nel garantire un equilibrio per gli interventi nel dibattito, al punto che la Fim pose il veto persino sul dare la parola a Luciano Lama. Nella notte volarono anche alcune coltellate e qualche delegato dovette essere ricoverato in ospedale. La città era in stato d’assedio; ovunque, spuntavano poliziotti e carabinieri. Ma tanti erano anche i componenti del servizio d’ordine “rosso”. Il momento più delicato era atteso alla fine del secondo giorno di Convegno. In quelle stesse ore “Boia chi molla” aveva convocato un comizio di Ciccio Franco, ildei moti, a trecento metri dal luogo dell’iniziativa sindacale. Fu deciso, allora, di evitare in ogni modo il contatto. Il Convegno terminò anticipatamente alle 14 e tutti si ritirarono negli alberghi. Il pomeriggio, per fortuna, fu battuto da un violento temporale. E non accadde nulla. I sindacalisti si recarono a dormire presto: i primi treni dalla Sicilia e dalla Puglia erano attesi all’alba; poi sarebbero arrivate le “truppe scelte” del Nord. Erano attesi centinaia di pullman da ogni dove. Decine di finti “cacciatori” (naturalmente armati) erano dislocati all’uscita dalle Autostrade e proteggevano il transito dei pullman lungo la viabilità locale e fino al loro arrivo nel punto di concentramento in città.
La “macchina” organizzativa era pronta per affrontare il D Day. Purtroppo, accadde l’imprevedibile. Nel cuore della notte (tra il 21 e il 22 ottobre) arrivò la notizia che erano scoppiate delle bombe contro il treno degli emiliani dalle parti di Latina (si seppe dopo che si trattava di Cisterna). Nell’albergo che fungeva da quartier generale si ritrovarono in pochi minuti i “capi”: Lama, Scheda, Trentin, Ingrao, Carniti, Benvenuto e gli altri. Le notizie erano frammentarie: allora non c’erano i cellulari. Una bomba era scoppiata sulla linea ferroviaria; per fortuna non c’erano stati morti e feriti gravi. Il treno dei valorosi emiliani era fermo ed attendeva ordini. Bisognava decidere che fare. Nel gruppo si confrontarono due tesi: far proseguire i convogli o fermarli per svolgere una manifestazione a Roma. La discussione fu sbloccata quando si seppe che i compagni “bombardati” avevano deciso di proseguire (li guidava Giorgio Ruggeri, un ‘’piccolo grande uomo’’ che ci ha lasciato da pochi mesi); la Direzione delle FFSS - o gran bontà dei cavalieri antichi ! - aveva garantito di far precedere i convogli da treni-civetta. Anche i ferrovieri furono meravigliosi in quella circostanza; diedero una prova impareggiabile di coraggio, abnegazione e senso democratico. Alle 4 del mattino la circolazione era ripresa. Ci fu appena il tempo per uno scampolo di sonno, poi i sindacalisti presero servizio nei punti loro assegnati nei concentramenti.
La situazione apparve subito drammatica. Il traffico dal Nord era rimasto intasato e i treni avevano accumulato un ritardo di molte ore. Sul campo c’erano – e numerose – le delegazioni delle ragioni limitrofe, tanti siciliani e moltissimi calabresi, assai poco controllabili perché presi da una voglia di rivincita dopo mesi di amarezze e di rapporti di forza sfavorevoli. Dal Nord, al levar del sole, erano arrivati soltanto un centinaio di triestini (con un volo charter) e 500 genovesi, sbarcati da una nave. La classe operaia di Genova era la migliore del mondo. Fu una gioia degli occhi vederli sfilare ordinati e saldi come se fossero un Reggimento dei Fucilieri della Regina, con tanto di pifferi e cornamuse in testa. Ma si rischiava di non controllare la situazione: mancava completamente un servizio d’ordine sperimentato. Il problema era quello di controllare i militanti sindacali, non tanto gli “altri”, gli avversari, i “neri”, che pure avevano disseminato il percorso della manifestazione di barricate (invero piuttosto sgangherate) a cui era stato appiccato il fuoco.
Tra il gruppo dirigente ritornò l’incertezza. In un primo momento si pensò di restare lì nel piazzale, rinunciando al corteo. Questo orientamento venne comunicato al Questore. Ma la decisione provocò una vera e propria ribellione dei lavoratori che non vollero sentire ragioni di sorta. Fu Rinaldo Scheda (un altro ‘’grande’’ dimenticato) il primo a rendersi conto della situazione. Avvicinò Lama, che sembrava ancora incerto, e gli disse: “Luciano, se c’è da fare a botte, non possiamo lasciare i lavoratori da soli. Se rinunciamo, questi vanno lo stesso. Non li ferma nessuno. Se scoppia una rissa finisce che ce le diamo tra di noi”. Poi, senza attendere risposta, disse ai dirigenti che stavano lì intorno: “Si va. Lo slogan è: “ Avanti col popolo di Reggio !”. Il corteo si mosse preceduto dalla Polizia in assetto antisommossa (prima il Questore aveva preteso il via da Lama) che sgombrò la strada dalle barricate ostili. Intanto il sole era già alto nel cielo, la giornata era luminosa. Davanti al corteo dei lavoratori si apriva una via diritta e lunghissima. Da un lato, sulla destra, stradine perpendicolari che si inerpicavano in una leggera salita; dall’altro, a sinistra, il lungomare. Da ambedue le parti, case piuttosto basse (al massimo un piano o due) con terrazze e balconi su cui erano affacciate intere famiglie. I primi duecento metri furono percorsi con una tensione fortissima. Fino a quando il corteo mutilato non arrivò alle prime case. In tanti applaudivano e lanciavano fiori. I cuori si aprirono: ce l’avevano fatta. Certo non mancarono le provocazioni. Molti facevano il saluto fascista. Dalle viuzze laterali piovevano sassi. Bruno Fernex (il braccio destro di Bruno Trentin) si prese una sassata in uno zigomo che gli lasciò una cicatrice. Ad Adele Pesce, redattrice di Unità operaia, il mensile della Flm, arrivò una pietra su di un piede. Ogni tanto scoppiavano fragorosamente dei petardi. Praticamente non esisteva un servizio d’ordine: quelli che dovevano farlo erano i primi ad inseguire i provocatori lungo il dedalo delle viuzze.
Come Dio volle il corteo arrivò nella piazza. In faccia alla stazione ferroviaria, in cui doveva svolgersi il comizio. Gli oratori ufficiali cominciarono a parlare. Con una frequenza man mano più ridotta, però, alla stazione di fronte arrivava un convoglio: i lavoratori scendevano e confluivano nel piazzale. Così ripartiva un altro comizio. Si andò avanti, in questo modo per ore, mobilitando tutti i possibili oratori. Centinaia di lavoratori, che avevano viaggiato tutta la notte e gran parte di quel maledetto 22 ottobre, fecero appena in tempo a scendere dal treno, mettere il naso in piazza, fermarsi un momento ad ascoltare qualche brano di discorso e risalire sulle carrozze per ritornare al più presto. Nel treno proveniente da Roma aveva viaggiato anche Giovanna Marini: venne fatta salire sul palco affinché cantasse – stanca, ma con la solita grinta – alcune delle sue più celebri canzoni. Al gruppo dirigente nazionale le cose andarono meglio. Vasco Butini, il tesoriere della Fiom, solitamente orientato a risparmiare, si era lanciato nel noleggio di un volo charter che riportò, alla fine di quella radiosa giornata, il gruppo dirigente rapidamente a Roma. Sull’aereo Luciano Lama commentò la giornata con queste parole. “E’ andata bene; ma abbiamo camminato sull’orlo del precipizio”. E tracciò un segno immaginario con la canna della pipa lungo il bordo della poltrona davanti alla sua. Nel tono della voce non c’era alcun accenno di trionfalismo. 

Fonte: Il Diario del Lavoro 

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